VENTOTENE, “CONFINO” DI “POLITICHE” ROMANE
Nel 1941 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati a Ventotene, iniziarono, nel pesante inverno del 1940, primo anno della guerra che Benito Mussolini aveva dichiarato in giugno e che sarebbe diventata la “seconda mondiale”, mentre scendevano in Italia le truppe dell’occupazione nazista, a disegnare il profilo di quella Carta di Ventotene che lo scorso anno è diventata patrimonio dell’Unione europea. Ventotene era un’isola bella, anche se eternamente sbattuta dai venti, non a caso scelta dal fascismo come sede in cui distruggere la resistenza psicologica degli antifascisti che vi venivano mandati. Ma gli uomini liberi dentro, nella costrizione trovano stimoli per creare vie di fuga destinate a costruire futuro. La Carta, infatti, una volta redatta e dattiloscritta uscì da Ventotene, affidata a Ursula Hirschman, moglie di Colorni e Ada Rossi, moglie di Ernesto e divulgò nell’area della lotta resistenziale questa geniale e folle proposta che ha reso sacra Ventotene. Purtroppo ancora sottoposta al vento gelido della guerra e al soffocante “caronte” dell’estate dell’antropocene.
Il fascismo fece dell’isola un “confino” per antifascisti scomodi.
Per Ventotene non era una novità.
Non fa mai male riprendere ad imparare dai nomi se sono diventati emblematici. Ventotene che i Greci chiamarono Pandataria, la fertile, si trasformò linguisticamente in Ventotene ad opera delle presenze strane, anche arabe probabilmente di pirati e mercanti che ne condizionarono la pronuncia fino all’odioerna Ventotene.
I Romani la trovarono bella e ci costruirono ville. Ma dopo che la costituzione repubblicana, appunto della Res publica, fu sostituita dall’impero, sorsero nuove necessità e l’isola perse eleganza e fu già nel primo secolo un luogo di confino. Incominciò Augusto che ci spedì sua figlia Giulia che – sembra – fosse “troppo libera” come si dice delle donne accusate di adulterio quando pensavano troppo con la loro testa. Il. caso di Agrippina Maggiore figlia di Giulia fu proprio quello di una donna autonoma che si permetteva di interferire nella complessa situazione che coinvolse, tra eslii e morti il marito e due dei tre figli maschi: gli aggettivi di Tacito adrogantia oris et contumax animus, oggi non sono caratteriali, denotano il caso politico.
Anche Agrippina Minore, figlia della Maggiore, finì a Ventotene, anche se fu l’unica che ebbe funzioni di governo sia durante le assenze dell’iperatore Claudio, suo marito, sia nei primi anni di regno di suo figlio Nerone che risolse il problema di una madre ingombrante.
Seguirono Livilla, anche lei figlia di Agrippina Maggiore e sorella dell’imperatore Caligola che si dice partecipe di una congiura e che a Ventotene morì di fame, Ottavia, figlia di Claudio (e di Messalina), moglie di Nerone, quando per l’imperatore divenne un intralcio e Domitilla, figlia di Domiziano e moglie di Flavio Clemente, condannati per ateismo (probabilmente era una cristiana)
(pensieri sul libro di Maria Rosaria Barbera, archeologa Donne romane in esilio a Ventotene,l’opposizione politica femminile tra Augusto e Domiziano,Ventotene, Edizioni Ultima spiaggia)

Categorie: Asterischi

Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.