Cari amici, grazie dell’invito. Da una vita presumiamo di far parte di un impegno così esigente chiamato Pax Christi. Sembra quasi che ce ne ricordiamo meglio quando parliamo di guerra, che non è un bel segno. Vogliamo non cambiare argomento, ma fare insieme una riflessione sull’ottomarzo? Non si è mai fatto? Una ragione di più, perché l’origine della cosiddetta “festa delle donne” non è più solo il ricordo di una tragedia dello sfruttamento lavorativo: è un simbolo. Siamo in tempo di quaresima: perché non farci una meditazione collettiva?

I due che uscirono dal giardino sacro con le loro pene erano peccatori perché già segnati dai ruoli: all’uomo la pena del lavoro, alla donna la pena (?) della maternità. Lei responsabile fino ad oggi di essersi chiamata Eva e di avere osato ambire alla conoscenza; lui, suo compagno, non credeva di aver assunto (che si sappia fu “sedotto” non “costretto”) la stessa responsabilità nei confronti del maligno. Alla loro creazione, la versione biblica che vide Dio creare l’essere umano uomo e donna, venne subito smentita, per esempio, da Giudici, 19 dove un giudice abbandona alla violenza di una banda di delinquenti una donna, prostituta(?) e poi la fa a pezzi.
Evidentemente il patriarcato è nato prima delle religioni e delle filosofie; e segna l’interpretazione della vita a partire da un’umanità ordinata al principio della forza, della superiorità, della gerarchia, del primato, del potere. Un ruolo a cui “deve” corrispondere un altro ruolo per l’altro essere umano, quello che fa i bambini. In termini di potere la maternità sarebbe il potere più grande di tutti, ma davanti a Salomone la madre non se ne vuole avvalere. I sociologi e i politici non ne tengono conto.
Tuttavia non andiamo lontano con il quaresimale se ci fermiamo alla denuncia del patriarcato: il ruolo “debole” ha avuto – e continua ad avere – meno di quello “forte” in termini di lavoro, stipendi, partecipazione alla vita sociale e politica, ma è arrivato, nelle ultime generazioni, a denunciare che in realtà si tratta di una forza che sta sulla difensiva e denota paura. Infatti l’uomo non verbalizza i sentimenti e si vieta il pianto. La presunzione di forza del ruolo è la stessa, sia che tronchi le discussioni in famiglia sbattendo la porta, sia che impedisca a un governo amico – il giorno dopo l’aggressione di un paese grosso ai danni di uno piccino – di telefonare per chiedere che cosa sta succedendo invece di pensare subito di prendere le armi per difendere l’onore e la terra. Terribile che anche per i femminicidi si arrivi a parlare di onore e di proprietà. Ed è singolare che nella pianificazione delle aggressioni militari sia sempre dato per scontato lo stupro di guerra come arma prevista, anche se significa cercare, in spregio al nemico, “un figlio dell’odio” con la stessa procedura della sua personale volontà d’amore.
Se il buon Dio era stato un vero gentiluomo (inviò un angelo a chiedere il consenso), Gesù appare addirittura eversivo rispetto alla tradizione patriarcale: esplorando il lessico dei quattro vangeli sembra che non abbia mai parlato di “famiglia”. Privilegiava i bambini, dava buoni consigli agli uomini (attenti a non offendere la propria e altrui dignità guardando le donne con intenzioni egoiste), ma le donne le ha collocate nell’ordine della libertà: nel pensiero (secondo gli apocrifi gli apostoli erano gelosi quando Maria di Magdala discuteva con il Maestro), davanti alla legge (assolve l’adultera che gli ricorda sua madre, ragazza che aveva accolto il Figlio senza pensare al fidanzato e alle chiacchere della gente), nella morale pubblica (risana dalle perdite continue oltre il mestruo). La Chiesa continua a ritenere che le donne possono toccare l’altare solo per stirare le tovaglie: presbitera mai, secondo Giovanni Paolo II. Probabilmente non ci sarà riforma nemmeno al Sinodo tedesco, anche se la lettura dei testi – Giovanni XXIII rassicurava: “non cambiano, siamo noi che impariamo a leggerli meglio” – non ha mai giustificato nessuna esclusione.
Comunque è la vita quotidiana che suggerisce una meditazione quaresimale dell’ottomarzo. Oggi le donne acquistano sempre maggior visibilità “in quanto donne”. A Milano l’ottomarzo celebra i sessant’anni dell’apertura di genere alla magistratura, tradizionalmente escludente (perfino dai tempi della Costituente) perché la donna non può “giudicare” se una volta al mese dà giù di testa (lo dicevano i testi di giurisprudenza): è nuova la presidenza femminile della Cassazione, ma in un contesto in cui, siccome in questi pochi anni le donne hanno vinto un numero maggiore di concorsi, le magistrate hanno doppiato il numero dei magistrati (intanto il mio pc segna errore la declinazione femminile). Oggi è donna sia il capo del governo sia il capo dell’opposizione.
Tuttavia. Tuttavia il diritto riguarda le persone (termine ambiguo) e perfino la Costituzione, che riconosce l’uguaglianza di sesso, deve nominare specificamente la lavoratrice-madre per attribuirle norme solo sue, teoricamente ma non di fatto, paritarie. Il “modello” resta unico: possiamo fare le soldate, ma non essere determinanti ai tavoli decisionali (come prescrivere l’Onu) e nelle strategie militari. Le donne non chiedono rivalse, ma sono preoccupate. Sono tante le donne che “si accontentano” e altrettante quelle di diversa generazione, che sono tornate a voler essere “come un uomo”. A sedici anni l’avrei detto anch’io, ma adesso so che è una trappola, perché si tratta non di accettare un unico ruolo, ma di vedere se storicamente il modello fin qui adottato è giusto. Perché la cultura delle donne è stata, complessivamente, compressa nel ruolo che ha sperimentato (e subito) il primato maschile, ma ne è rimasta indipendente. E può dimostrare di avere carte da giocare nella partita di riformare il mondo, sempre che il mondo così com’è, voglia averla alleata nelle riforme. Non è un caso se anche le suore avanzano proposte a partire dalla loro differenza vocazionale: non accettano più le discriminazioni tra battezzati/e. Regalità, sacerdozio, profezia: che parole si dicono quando viene battezzata una bambina?
Se la meditazione quaresimale proposta a noi stessi/e, amici/che, sembra unilaterale – le donne, si sa sono scomode – vediamo di proseguirla: l’ottomarzo dura solo un giorno…..


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.