L’OMBRA DELLA GUERRA PEDAGOGIKA 26/2 2022

Giancarla Codrignani

Genocidio di un milione e mezzo di armeni: dopo la prima guerra mondiale lo sfaldamento dell’impero ottomano portò al riconoscimento dell’Armenia al tavolo di Sèvres, rinnegato subito dagli Accordi di Losanna del 1923 che ne diedero il riconoscimento alla Turchia rivoluzionaria di Kemal Ataturk.
Sono passati 28 anni dal genocidio del Rwanda: un milione di morti per l’improvviso scatenarsi dell’odio tra hutu e tutsi, uccisi a colpi di machete. Il conflitto serbo/bosniaco del 1992 porta le immagini incancellabili di Sarajevo.
Adesso l’appello alla necessaria libertà venuto dall’Ucraina segna l’ennesimo fallimento della prevenzione dei conflitti e dell’azione diplomatica. La situazione si era tacitamente nevrotizzata dopo la dissolvenza succeduta alla guerra del 2014, fino a qualche mese fa, chiunque poteva organizzare un week-end turistico a Kiev.
Torna ad accadere che, quando la storia sorprende, non c’è bisogno di assassinare un arciduca per avere una “causa occasionale”: ci si accorge di non sapere nemmeno il nome dei luoghi che non sono nostri e che erano oggetto di contesa, origine silenziosa di crisi che possono sempre marcire: chi conosceva, prima delle maratone televisive, Mariupol, la città industriale più grande dell’Ucraina dopo Kiev o sapeva che il russo era la lingua del Dombass? E il Nagorno Karabak o gli Azeri? Ma anche i curdi, gli yazidi o i bosniaci male conviventi con la Republika Srpska serba e alleata ai russi… L’Afganistan, poi, non aveva forse emozionato il mondo quando gli americani levarono poco elegantemente le tende, lasciando i talebani a governare? E se un qualunque successo dell’Ucraina incoraggiasse altre rivendicazioni in Turkmenistan, Usbekistan, Tagikistan, paesi divenuti indipendenti ma memori di essere stati repubbliche sovietiche e, prima, parte dell’impero zarista o di quello ottomano, tutti diversi per storia e religioni, forse pronti a nazionalismi identitari e aspirazioni di legittima sovranità?
Sappiamo di non aver fatto coscienza della complessità di parole non innocue come identità, sovranità, nazionalismo, la stessa nazione) e, tanto meno, delle tendenze intolleranti che hanno preso piede in Europa contro “il diverso”, per egoismo proprietario e ignoranza degli interessi reali, che sono necessariamente comuni in una convivenza pacifica.
Perché la guerra è una scelta e scegliere la guerra significa lasciar uscire fuori la natura debole del bestione tutto senso e ferocia che ci teniamo dentro da prima del neanderthal e che in certe situazioni crede di farsi forte ricorrendo alla violenza. Un popolo – o un individuo – fa guerra a un altro: per difendersi? quanta conoscenza possiede per assumere la responsabilità della propria (e altrui) vita? Quanta è stata l’informazione offerta ai cittadini che hanno diritto di avere contezza di quel che accade? Non giustifica, ma viviamo male e con grande incertezza un cambiamento d’epoca inedito, un po’ straniti dalla storia che sta sfogliando pagine che non riusciamo a leggere; e la pandemia, i cambiamenti ambientali, la disuguaglianza sociale ci rendono nevrotici, spesso incontrollabili e violenti. Sono rimasta molto colpita da un fatto di cronaca – purtroppo non eccezionale – di un diciassettenne che, arrestato perché con una banda di minorenni che avevano nel cuor della notte aggredito a notte fonda due trentenni, ne aveva mandato all’ospedale uno, accoltellato da codice rosso, ai carabinieri aveva tranquillamente detto mi ha preso la rabbia!
Che l’essere umano, uomo o donna, sia fragile e, perciò, aggressivo è un dato. Incomincia da neonato, creatura solo bisognosa di aiuto, debole, inerme: l’aggressività di cui è dotato ciascun uomo e ciascuna donna si è manifestata solo nel pianto, che forse era già ribellione al travaglio che lo ha privato del presumibile benessere del grembo materno. Non c’è bisogno di citare Lucrezio per dire che la “natura” lo lascia lì, nudo, incapace di farcela: quella percezione violenta lo rende cattivo/a? O forse la sua prima reazione è la paura ed è per paura che cerca scampo fingendosi forte del pugnetto che picchia? E’ quel primo trauma che l’ha privato del seno materno che lo renderà affascinato dalle bambine così diverse da lui che, poi, aggredirà anche non volendo? Che cosa ha imparato nelle prime, primissime, esperienze di vita? Come è stato il lascito della famiglia che per prima l’ha educato a diventare uomo, donna, persona consapevole? E come lo “educa” la scuola?
Perché la scuola sta nella realtà, ma spesso si riconduce al modello del “padre (sempre meno) severo” e della “madre (sempre, per ruolo) materna”. La scuola sa di non essere una seconda “famiglia”: prepara il cittadino di domani, ma – soprattutto a partire dalla scuola medie – insieme con l’avvio alla conoscenza che esclude il nozionismo anche se bisogna “sapere le date”, non compie quella vera paideia che forma la personalità, il carattere, la compatibilità con le condizioni ambientali e culturali del 2022, vale a dire il saper pensare con la propria testa, in autonomia e consapevolezza che la sola ricchezza è restare umani. Si può essere adolescenti (relativamente) scatenati, ma capaci di autocontrollo, che non è una materia scolastica, ma non si riduce neppure a imporre l’immobilità al “proprio posto” o al richiamo scritto sul registro (elettronico e visibile ai genitori) o alla permissività che alleva irresponsabili. La famiglia – educata nelle solite modalità – non ha molte risorse, che dobbono essere pretese quando, nell’educazione istituzionale, è professionalità di tempi nuovi. Come tutta la cultura, la scuola vive nella trasformazione e potrebbe favorire, forse, il “progresso”.
Un progresso che si attua comunque, parziale nelle scienze e nelle tecniche, nella formulazione di nuovi diritti, poi negati, ma non si sviluppa nella cultura comune, e nemmeno nelle nuove opportunità della comunicazione via/messaggi, sms, chat, in cui si arriva alla villania gratuita, ma anche all’odio. Vogliamo dirlo che il primo requisito del progresso è la necessità di farlo crescere in tempi difficili, ma di pace? La guerra – ormai sempre “totale”, anche se solo nell’aria ostile al respiro per i paesi non belligeranti – è reazionaria, anestetizza la libertà, si giova dell’ignoranza, della passività delle coscienze, dell’abitudine alle maniere spicce della violenza. I social fotografano la realtà, si fanno scomposti, irrazionali, cattivi. Una loro caratterizzazione significativa si riscontra nei siti sessuofobi e machisti che hanno per obiettivo le differenze sessuali e lo spregio delle donne. Difficilmente comprensibile questo accanimento secolare che, una volta scomparsa la retorica dell’eterno femminino, impugna il pregiudizio contro la soggettività di persone che non sono solo corpi a disposizione del dileggio e della violenza. In primo luogo perché i corpi sono materia nobile e anche il corpo maschile dovrebbe essere quello leonardesco inserito nel cerchio della proporzionalità ideale: si degrada nel comportamento padronale violento nei confronti del corpo della donna che non è riducibile a diventare nelle sue mani una cosa, un oggetto, perché ha costituzione, funzioni, destino, potere, desideri analoghi – e propri – da quelli del “modello unico” che l’uomo ha destinato a se stesso per rassicurarsi di fronte ai problemi che suscita qualunque contrasto. All’origine del patriarcato sta la violenza di collocato la differenza alla base della concezione gerarchica del mondo: il forte è superiore al debole e il potere stabilisce chi è forte e “superiore” (il maschio che è “il soggetto”) e chi è debole e “inferiore” (la donna, il bambino, l’omosessuale, l’handicappato, lo straniero, il suddito), chi comanda e chi è comandato. Adamo contro Eva, anche se nella Bibbia Adamo è il debole che ritiene peccato aver seguito Eva e la denuncia al Signore (“è stata lei”), mentre è la donna che desiderava il frutto della conoscenza. Un abuso dei traduttori? o l’abuso de diritto di “parola femminile”? Ma il diritto sembra neutro mentre è segnata dal maschile e ancora impedisce di fare del femminicidio un delitto di specie autonomo dall’omicidio, come richiesto dalle donne se è vero che anche loro possono essere uccise per rapina o vendetta, mentre l’uccisione della persona che l’assassino dice di amare non è conforme alla specie giuridica dell’omicidio. E che stuprava quando lei diceva di no. Perché l’atto sessuale forzato anche nel matrimonio è stupro. Ma se diventa arma di guerra accusa la volontà di sopraffazione che perverte la disponibilità del corpo del maschio soldato che – tra le sevizie usate nelle guerre praticate a prescindere dal sesso – stupra la donna del nemico consapevole di piantare il suo seme nel corpo del nemico e intanto ricorre al gesto con il quale si unisce alla donna che dice di amare e genera un proprio figlio. Un orrore illimitato, che simbolicamente afferma l’odio contenuto in una violenza che ricade sul corpo di donne vittime, ma anche sul corpo del maschio autore del crimine, che profana sé stesso e rende ostile ogni rapporto tra i generi. Non è un caso se la guerra di Troia – Omero non è certamente un guerrafondaio – ha come causa la vendetta di un popolo intero contro un altro per lavare l’onta di un adulterio: il corpo della donna non deve poter essere libero, è proprietà dell’uomo e, peggio, diventa causa di guerra. Così Agamennone si appropria della prigioniera di Achille e l’eroe interrompe l’alleanza per lo sfregio subito, mentre le ragazze rapite non sono persone, si possono prendere e scambiare.
Nelle cronache d’oggi resta inconcepibile l’uomo che assume un sicario per far fuori la moglie e lo trova: assomiglia a Vladimir Putin che invade l’Ucraina, un paragone non esagerato se nel 2022 d.C. i principi della parità sono stati ormai imposti in quasi tutti i codici etici occidentali. La fragilità del “bestione” che continua a far prevalere la prova di forza per dominare anche nella passione e nell’uso della naturalità del sesso che non può prescindere mai dalla libertà. Se l’uomo trova nella propria psiche impedimenti a realizzare il desiderio, la natura gli si nega e deve battere in ritirata; lo stesso diritto va riconosciuto al “no” della donna il cui consenso è essenziale non alla legittimazione dell’atto sessuale, ma alla reciprocità umana della volontà. La scuola insegni dunque la contraccezione, ma anche l’autocontrollo insieme al rispetto per intimità che non sono da banalizzare, proprio perché sono il massimo della relazione tra umani. E magari insegniamo finalmente filosofia alle elementari, anche per preparare alla civiltà dei rapporti e a valorizzare la diplomazia più (o almeno prima) dello Stato Maggiore.
Resta comunque motivata la denuncia contro il patriarcato come responsabile dalla “guerra”, fin dalla prima, quella del maschio “proprietario” e insicuro che “sottomette” la “sua” donna, da cui nascono i “suoi” bambini legittimati dal “nome” del “padre”. Estende il suo giudizio gerarchico anche nell’incontro con gli altri simili con reazioni distinte: il gay, il collega, l’amico, il padrone, il comandante, il signor prefetto e diventa un cittadino che si crede qualcuno, ma, se gli va male, si vendica in famiglia. E così il mondo ha perduto la possibilità di contribuire ad arricchire la creatività necessaria a modificare il mondo anche a misura di donna. Che avrebbe usato la sua aggressività – non siamo ontologicamente migliori – per fare un sacco di guai, certamente non per inventare questa catena di guerre e questa economia destinata a produrre armi come “risorsa” maledetta, per limitare lo sviluppo di popolazioni diverse per usi e costumi, con i quali varrebbe la pena di cooperare senza ritenerli inferiori e “nemici”. La logica amico/nemico può valere per entrambi i generi, ma non si dovrebbe giocare con la vita umana: il modello unico è quello che ha sempre dato alle donne “orbate di padri, fratelli, mariti figli” medaglie al valore di consolazione e orgoglio; oggi ci fa soldate, una parità che, senza analisi del senso, è cedimento e conferma del patriarcato.

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Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.

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