L’INVERNO DEMOGRAFICO     (Noi Donne gennaio 2024)
I nostri nuovi ministeri si sono concessi qualche stravaganza degli ultimi nomi: Istruzione e merito, la sovranità alimentare (?) dentro l’Agricoltura e le Foreste, Imprese e made in Italy (con un governo nazionalista)…. Tuttavia è davanti al ministero “della Famiglia, della Natalità, delle Pari Opportunità”, che ci si inquieta. Può andare la “Famiglia”, anche se non è al plurale. Mentre risultano proprio offensive per le donne le “pari opportunità” messe ultime come se le donne non fossero “pari” proprio in quella famiglia ideale dove tante vengono uccise. Ma l’argomento che più contesto è la natalità.
Tutte le fonti autorevoli – per non parlare del governo la cui presidente ha una sola figlia e, non coniugata, ha appena licenziato il proprio compagno – incoraggiano a fare figli. Aristotele riteneva benemerita una donna che, quando i conti pubblici uscivano dal pareggio, avesse scelto di abortire. I sociologi italiani oggi fanno strani conteggi e sostengono che, se non si cresce di numero, non c’è speranza di pagare le prossime pensioni. E lamentano l’egoismo di chi non pensa al futuro della nazione. Calcoli zoologici: in questo sistema non è strano che la popolazione non cresca, anzi, sembra che sia cresciuta l’infertilità e, secondo l’OMS, ne sia colpita una persona su sei. Per non aggiungere che in Italia ogni 200 nascite 3,6 sono frutto della procreazione medicalmente assistita, quella che la ministra Roccella ha deciso sia “reato universale”.
La contraddizione, comunque, è che non si fanno più figli per la patria con o senza finalità militari. Il lavoro è quello che si sa, troppo precario; il diritto di come fare famiglia non è così libero, se il/la singolo/a cittadino/a non gode di quel minimo di benessere che gli consenta di poterla mantenere. Se circa il trenta per cento di donne che hanno avuto un figlio, in assenza di nonni e di rette acccessibili di nidi e asili, si licenziano, vuol dire che seguono quella che la Costituzione definisce “la sua essenziali funzione famigliare” (art. 37) e non possiamo pretendere che facciano figli per lo Stato.
L’espressione dell’art. 37 rivela la mentalità patriarcale dei costituenti: contraddissero l’uguaglianza di sesso dell’art. 3, portando lo squilibrio dei poteri dentro la famiglia, dove l’uomo evidentemente non possiede “essenziali funzioni famigliari”. Non intendo fare polemica sul testo della Costituzione – già c’è chi ci mette le mani per rovinarla – ma le pretese che non solo in Italia raccomandano la natalità sono insensatezze. Prima di insegnare ai cittadini come fare figli (triste pensare come ci provò Mussolini con le gratifiche di “mille lire” per ogni nato date ai padri), bisognerebbe garantire la sicurezza lavorativa, l’accesso a una casa, l’accesso ai servizi, soprattutto per i bambini che, quando nascono, hanno già diritti di cittadinanza. In altri paesi le case funzionano meglio: lavoro meglio articolato, stipendi più alti, servizi più attenti, dicono. Bella forza: pagano le tasse….
Ma si può dimenticare che si vive in un mondo in cui da anni la lancetta dei secondi dell’orologio apocalittico avanza inesorabile verso la mezzanotte ambientale. E’ il caso di aumentare il peso della popolazione, se siamo già otto miliardi? Un carico già pesante da gestire per riuscire a dar da mangiare a tutti (noi ricchi evitando gli sprechi), a lavorare in fabbriche che continuano a produrre merci da consumare, ad avere bisogno di sempre più energia, a cercare di intervenire contro tsunami, frane, allagamenti o desertificazioni, cercando di salvare Venezia e l’Olanda.
Le Nazioni Unite perseguono il principio della libertà sessuale e non possono allargare gli equivoci: se l’11 luglio celebrano la Giornata della Popolazione – nel 2023 il tema è stato “Un mondo di 8 miliardi: verso un futuro resiliente per tutti” – il 16 ottobre la Giornata dell’Alimentazione ricorda al mondo che esiste ancora il problema della fame: lo scorso anno ha però richiamato l’attenzione sull’acqua, che va rispettata ovunque per evitare un futuro fatale se verrà a mancare
Tuttavia il problema esiste. Gianluigi Bovini, sociologo, riassume in dati efficaci: “Nel 2022 si è registrato il minimo storico delle nascite (392.598). Nello stesso anno i decessi sono stati 713.499, con un saldo negativo di oltre 320mila unità”…. La combinazione con i movimenti migratori – noi che emigriamo (131.859), gli immigrati che arrivano (360.685) – non compensa i morti…. Nel 2022 in Italia la popolazione è diminuita di oltre 179.400 persone. Dal 2014, anno in cui è iniziato il calo, l’Italia ha perso complessivamente circa 1,5 milioni di abitanti”. Dunque, l’Italia invecchia inesorabilmente e allarma la diminuzione dei giovani: fra il 2002 e il 2022 in Italia fino a 14 anni sono calati di oltre 607mila unità, mentre le persone da 65 anni in su sono aumentate di oltre 3.388mila unità (il problema diventa non solo pensionistico, ma assistenziale). Se la popolazione in età lavorativa – fra 15 e 64 anni – è diminuita in vent’anni di oltre 744mila unità, ci si deve allarmare per le ragioni opposte: nei prossimi cinquant’anni l’Istat prevede una diminuzione della popolazione in età lavorativa di oltre 11,7 milioni di unità, quindi verrà a mancare un lavoratore su tre. Il demografo Alessandro Rosina, per parte sua, trova spiazzante la sfida di garantire benessere e sviluppo anche ai paesi poveri, in un mondo in cui i giovani sono pochi, a causa del miglior tenore di vita e dei progressi della medicina e i troppi anziani sono costosi. Guardando ai paesi più tradizionalmente prolifici, anche l’India si è ridotta a due figli per donna.
Se le donne guadagneranno diritti anche nei paesi poveri (da cui i paesi ricchi si aspettano l’arrivo degli immigrati), non si sa se avranno ancora voglia di più bambini o ne sarà calato ancor di più il desiderio. Infatti fin dagli anni Ottanta i dati del coefficiente Gini sulle disuguaglianze indicavano che l’indice di natalità cala ovunque in presenza dell’aumento, anche minimo, del benessere. Questo la fa riflettere: tutti sanno che le donne povere erano sempre incinte: oggi finalmente cresce il numero dei figli “voluti”. Se qualcuno si illude che l’immigrazione possa supplire al deficit procreativo italiano, sbaglia sonoramente: anche le straniere imparano la prevenzione e usano i contraccettivi.
Infatti c’è un’altra domanda: le donne hanno sempre voglia di essere madri? Che ne abbiano voglia i padri conta poco, perché non sono loro a restare incinti. Ma proprio per tutta la retorica che si fa sul materno, le donne hanno il diritto di dire il loro desiderio in una questione mondiale che, a partire dal loro “corpo di donna che vuole diventare mamma”, riguarda i loro diritti non attivati. Certo, possono perfino ottenere di abortire se non possono accogliere un figlio. Ma restano subalterna in quella società che scarica loro addosso la responsabilità dei diritti sociali del paese di cui sono cittadine titolari di diritti. Tra i quali c’è la maternità, mai concessa come diritto e neppure immaginata come competenza: se è Cassandra a partorire, come mai Cassandra non può dire che lei vuole avere solo i figli che desidera, libera anche di non averli, se non è pronta ad accoglierli con amore e rispetto? E che, se i problemi sono nel sistema, bisognerà provvedere a riformarlo a misura femminile?


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.