L’EMPOWERMENT E LE SUORE       

 ETTY HILLESUM non era una suora, ma il 3 luglio 1942 scriveva: “La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio – così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà ricominciare tutto daccapo e con tanta fatica. Non è anche questa un’azione per i posteri?”. Non era carmelitana e non scriveva da Lisieux, ma se suor Teresa si fosse trovata ad Aushwitz sarebbero state amiche. Anche Suor Ciclamino, Maria Fiori, che preparava i bimbi alla prima comunione e fu una delle 770 vittime della strage di Monte Sole (successiva a quella di Sant’Anna di Stazzema ordinata dallo stesso maggiore delle SS Walter Reder)  tra cui 316 donne, 189 bambini e 6 preti.

Se rivivessero le donne del discepolato del movimento gesuano e le madri che diedero origine alla vita monastica – e non erano suore come i discepoli non erano preti, al massimo stavano diventando teologi – avrebbero parole ancora comprensibili dalle donne di tutti i secoli e della modernità interconnessa. Siamo invece ancora obbligate a ricordare che, se ne ricordiamo alcuni nomi senza citazioni è perché in tempi di cultura prevalentemente orale, nessuno prendeva appunti di quello che dicevano le madri della Chiesa: il costume ebraico e non diversamente quello romano insegnava che “un discepolo dei saggi non deve parlare con una donna per strada neanche se è sua moglie, sua figlia, sua sorella”. Ma per Gesù esisteva la persona umana e accoglieva anche “alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità” (Lc 8,1), vale a dire alcune matte che si muovevano con libertà inusitata, in particolare quella che, perseguitata da sette demoni, era ritenuta mentalmente instabile e che, secondo gli apocrifi, rendeva gelosi gli apostoli perché Gesù con lei “parlava di più”. I vangeli sono la prova più eclatante del pregiudizio sessista della tradizione ,già clericale nel giudizio degli evangelisti, che tranquillamente registrano la scelta trasgressiva di Gesù: si manifesterà come il Messia a una donna, per giunta samaritana, riceverà l’unzione di una donna (In verità io vi dico: dovunque sarà predicato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che essa ha fatto” (Mc 14,9) e risanerà una donna così impura che soffre di perdite continue.  Oggi finalmente Maria di Magdala è riconosciuta apostola, senza che, naturalmente, nessun teologo si interroghi sulla successione apostolica.

Comunque l’organizzazione ha dovuto accettare le vocazioni e gli ordini femminili. Anche quello domenicano, OP, Ordo Praedicatorum; anche se nessuno ha mai visto una domenicana sul pulpito. Il mistero dell’innamoramento per Gesù chiamato “vocazione” vale per uomini e donne, nasce tendenzialmente sacrificale, punitivo: per l’uomo il vincolo del celibato, di nubilato non si usa parlare, come se la consacrata fosse casta per natura nonostante il corpo potenzialmente materno; entrambi tuttavia accettano gli stessi vincoli di obbedienza, povertà, castità. In quanto discendenti di Eva e portate alla trasgressione, era meglio che le donne evitassero l’accusa di impudicizia pretendendo di essere maestre.

Eppure è probabile che il monachesimo – che si forma nel IV secolo – sia un’invenzione femminile: Basilio viene riconosciuto come l’iniziatore, ma aveva scritto prima  la regola per la comunità organizzata dalla sorella Macrina e anche il cristianesimo romano  registra un “convento” di donne che la ricca matrona Marcella ospita nella sua villa con finalità di studio e preghiera. Guide spirituali autonome, onorate (anche dai maestri Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo e Girolamo), ma senza valorizzazione del loro insegnamento, anche se, per giunta comprendevano alcune finanziatrici del movimento fin dall’origine. Consapevoli degli stereotipi del loro tempo, certamente sentivano il bisogno di partecipare alla liturgia: basta guardare i dipinti delle catacombe. Esercitavano il diaconato, che scompare verso il VI secolo, quando si consolida il sistema gerarchico e le donne difendono l’autonomia, non il diaconato: pensiamo a Eloisa d’Argenteuil o Ildegarda di Bingen e anche dopo il Medioevo, a Teresa la Grande o Caterina da Siena, e a come, dopo la Controriforma, lentamente si forma la storia delle “casalinghe di Dio”.

Dal 1965, su ispirazione del Concilio Vaticano II, si è costituita l’UISG, l’Unione internazionale delle superiore generali, che sono quasi duemila, divise per regioni che “eleggono” un consiglio delle delegate e un direttivo con a capo una segretaria esecutiva responsabile per un triennio. Sono così definitivamente finiti i tempi in cui per le decisioni importanti le suore dovevano chiedere l’avallo dei corrispettivi Ordini maschili, ma non è finita la pratica tutta femminile di procedere con piccole prese di posizione che si impongono da sole: ricordo una francescana che negli anni sessanta del secolo scorso mi diceva che abbandonava il “santo abito” uscendo la sera per assistere un malato e pensava che sarebbe stato bene lasciarlo anche quando doveva prendere un autobus “per non essere molestata”. Infatti prima delle lunghe talari maschili sparirono le grandi cuffie delle suore.

Resta attiva per volontà del papa la “Commissione di Studio su Diaconato”, dopo le presidenze Ferrer-Ladaria e Petrocchi: a dimostrare la buona volontà della Chiesa, ma anche la timidezza nel prendere risoluzioni indigeribili dai conservatori. Le suore tuttavia – forse non eccessivamente interessate all’immediato via libera verso l’ordinazione oggi obbligata sul modello di “questo” prete – premono su tutti i livelli, a partire dalla rivendicazione dei diritti delle consacrate a non subire molestie e violenze “di genere”, tema scottante che non solleva allarme così grande come reclamerebbe la materia. L’Uisg riuscì a metterla all’ordine del giorno di uno dei convegni sugli abusi dei minori alla presenza del papa, ma ancora non è problema specifico del rinnovamento formativo della figura del presbitero. Comunque la relativa separatezza degli ordini femminili continua ad accompagnare le riflessioni del femminismo laico. Anzi, il limite imposto dalle strutture di obbedienza, mentre obbliga a mantenere il tono medio della retorica ecclesiale, non impedisce di fare passi avanti nella ricerca teologica che conta su studiose e docenti laiche e religiose, ma anche sull’impegno dichiarato al rinnovamento a partire dalla consapevolezza che tutte le donne, ciascuna nel proprio stato, hanno le stesse esigenze del “genere” escluso dall’ambito dei poteri che, criticati nel loro qualità gerarchica e discriminatoria, pongono anche l’obbligo di farsene carico prima di poterli riformare per non continuare a venirne schiacciate. In un tempo in cui nel mondo crescono le donne che sono diventate “capi di Stato e di governo”, le tranquille dinamiche delle “suore” sembrano poter giovare alle femministe laiche in ritardo sul giudizio di responsabilità nella cosa pubblica quando il comando conserva gli schemi della tradizione politica storica. La loro espressa volontà di essere leadership for change mette a disposizione di tutti un’indicazione di loro percorsi nuovi, non indifferenti per la ricaduta sociale.

Guai quindi alla Chiesa se si lasciasse sfuggire la possibilità di avere non solo delle competenze di grande livello, ma cervelli pensanti sulle situazioni del mondo per un rinnovamento che, per essere evangelico, deve essere graduale e selettivo fin che si vuole, ma decisamente innovatore. L’Uisg ha promosso nel 2022 la campagna Leadership for change perché ormai, precisava la segretaria Patricia Murray “siamo costrette a essere leader”: tante sono le attività in cui le suore sono impegnate che passano in secondo piano le stesse questioni di diritto, ma anche di convivenza dei diversi ordini. Importante definire la visione e lo stile di questa intraprendenza basata sulla competenza. In teoria nulla di nuovo: il Vangelo di Gesù si esprime nella lavanda dei piedi; ma quando la parola riguarda il potere più che il servizio? Va corretto: “è (anche) il potere di scuotere il mondo e renderlo un po’ migliore…vedere quello che deve essere cambiato e coinvolgere altri nello sforzo di portare avanti il cambiamento”.  Mariolina Cattaneo comboniana non si fa illusioni: le giovani generazioni hanno mentalità critica, ma sono segnate dai modelli culturali del potere/comando e dal desiderio di autoaffermazione: è facile dire “autorevolezza, non autoritarismo”, ma il problema resta perfino all’interno delle congregazioni e dei conventi. Anche perché la tradizione ha comportato l’atteggiamento paternalistico del clero nei confronti delle suore: passava per umiltà l’accettazione passiva, il disimpegno teologico, gettare al vento l’intelletto: “dopo cinquant’anni di vita religiosa ne avevo abbastanza… L’asina di Balaam quando ha iniziato a parlare ha avuto l’ardire di rivelarsi più saggia di lui” (Malgorzata Borkowska benedettina polacca). C’è l’impresa Talitha Kum, la rete di seimila suore anti-tratta impegnate a realizzare cambiamenti in un terreno che coinvolge ogni discussione sulla legittimità della prostituzione. Ci sono le religiose che servono nel mondo la causa di una “Chiesa delle donne” e realizzano nelle scuole e nelle strutture cattoliche sociali del “terzo mondo” la loro missione di donne e pretendono un livello di formazione e studio più adeguato: se la vita consacrata, non dà sicurezza e autostima, occorre concedere le possibilità di studio concesse ai seminaristi maschi “che non hanno il carico dei lavori domestici” (Rita Mboshu congolese). Ci sono le sorelle che reagiscono alla discriminazione lgbtq+ e trovano significativo che il papa abbia ricevuto sr. Jeannine Gramick – interprete delle esigenze delle differenze sessuali discriminate e per questo censurata – finalmente risarcita dal ringraziamento per la sua “vicinanza, compassione, tenerezza” a persone di cui “sentiva il dolore da non condannare”. Se Laura Eduati, giornalista laica, ha recensito Godsave the queer  di Michela Murgia su Donna Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano, un’altra laica, la kenyota Catherine Waiyaki moderatrice cella Commissione mista istituita dal generale dei gesuiti per la riconciliazione tra donne e uomini nella Compagnia, per “cambiare questa situazione deplorevole di cui sono stati partecipi, a volte inconsapevolmente”, i gesuiti, implicitamente sottolinea non basta “chiedere a Dio la grazia della conversione” o apprezzare il contributo delle donne che lavorano nella missione dell’Ordine.

Se ormai nel Governatorato del Vaticano e in quasi tutti i dicasteri e gli uffici al secondo posto c’è ormai una suora nominata per alta competenza, è evidente che il segnale lanciato dalle donne è arrivato a segno. Adesso è l’ora del primo livello. Perché l’empowerment realizzi il cambiamento, occorre non ripetere il modello maschile. Non è questione di carriere: è teologia del potere secondo le donne che si fa politica. Possibilmente nuova.
GIANCARLA CODRIGNANI


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.