L’ATTO EDUCATIVO E’ SEMPRE ETICO Pedagogika dicembre 2022

Giancarla Codrignani

L’atto educativo è sempre etico, perché mentre la vita è la prima maestra e qualunque incontro anche irrilevante incide sull’esperienza, ma l’intento educativo della scuola o di chiunque si disponga a insegnare sa di intervenire sulla coscienza in formazione di un/a individuo/a per farlo diventare libero. D’altra parte, l’etica stabilisce i principi condivisi e i metodi, i contenuti e soprattutto le modalità relazionali possono essere diversi e volere la molteplicità delle visioni che caratterizzano la conoscenza: il bene è intenzionalmente l’approdo finale, ma resta soggetto alla pluralità delle scuole di pensiero e alle differenze di tradizioni, alcune delle quali bloccano la ricerca di verità nella presunzione della propria assolutezza dogmatica.
La paideia di Socrate e Platone superava l’etica (ethos) e la morale (i mores) implicita nelle teorie e teneva conto della fatica storica della polis nel conseguire quell’apprendimento che si solidifica nella vita individuale filtrando le esperienze del passato in funzione del bene comune.
La vita, se deve essere responsabile, non può prescindere dalla coscienza di sé in termini umani non solo teorici: l’uomo iscritto nel teorema leonardesco per secoli non ha colto la non iscrivibilità del corpo della donna nella quadratura del cerchio escludente il mistero della maternità (e di un’altra paternità). Oggi incominciamo a capire che il corpo è una realtà molto più complessa della definizione – materialista anche nelle scritture chiamate sacre – che collega l’essere maschio o femmina alla demografia e diventa difficile rispettare il comune senso del pudore se resta quello pensato dai bravi del Manzoni e il sesso è un’arma che si realizza nella violenza. Il passato è cultura che può condurre al pregiudizio e alla presunzione di verità: non si salvano nemmeno le scienze, se il potere teologico proprietario ha condannato non solo Galileo e oggi impone il velo e condanna la musica.
Gli umani, anche analfabeti, possono crescere in grazia e verità dietro al magistero della vita, ma la civiltà, evolvendosi, ha riconosciuto la scuola come diritto primario di tutti gli individui/e del mondo per garantire senso al futuro. Esistono ancora tassi di analfabetismo elevati, anche se dalla radio alla tv, ai cellulari, le società hanno comunicato per interagire in modi ogni volta inediti. Le invenzioni sono infatti soggette a crisi che, in parte almeno determinano: la stampa è stata un trauma, come oggi le nuove tecnologie che ripropongono il problema del loro uso e forse preoccupa di più l’analfabetismo di ritorno e le nuove disuguaglianze delle società avanzate che non inducono a valorizzare la formazione (non solo) professionale e favoriscono l’abbandono scolastico. La crisi della famiglia si associa alla crisi della scuola: non “sentono” l’onda del cambiamento sostanziale che le investono stringendole nelle contraddizioni tra innovazione e conservazione. L’azione educativa è chiamata a risintonizzarsi per non contraddire le premesse istitutive che ricevono-e-danno senso all’etica comune.
Il futuro, si sa, è sempre nelle mani dei bambini: gli adulti – che possono dimenticare che la crescita è continua dal nido all’educazione permanente – sono sempre superati per definizione dalla generazione successiva a cui spetta la costruzione del tempo ancora inedito. Oggi i bambini “nati digitali”, anche molto piccoli usano la manualità istintivamente adattata al mezzo nuovo, sconcertante per il genitore. Ne deriva che la nonna è impacciata a consultare il registro sanitario, che il babbo ha lavorato al computer tutto il giorno e la sera si fa un gioco elettronico. Il bambino non ha la forza di rendersene conto, ma digitare non gli basta: la generazione precedente, se a quattro anni riceveva un giocattolo meccanico, finiva per spaccarlo: voleva capire come funzionava. Oggi il bambino ha in mano un cellulare, oggetto complesso creato dal genio umano per migliorare la vita e ha subito capito gli effetti prodotti dai tasti; ma non “capisce”: c’è lo stimolo, ma la virtualità toglie il bisogno del contatto reale con il reale, le eventuali emozioni sono fredde, i messaggi restano meccanica convenzionale: quale etica ne deriva? Se la famiglia è già intrappolata nella meccanica, tocca alla scuola capire quanto le nuove tecnologie costituiscano uno strumento nuovo, ma necessario alla scuola. Internet contiene più della Treccani: è piena adattarsi ad imparare nuovi modi di informazione e formazione per rendere le nuove generazioni più adatte a capire livelli più alti di realtà più complesse e aprire vie, anche attraverso i nuovi mezzi, per soddisfare curiosità, creare fantasia e creatività. Il cellulare non serve per “copiare” una citazione o un teorema, contiene internet che è molto più della Treccani quanto a contenuti nozionistici, ma va usato in modo personale e creativo: le chat anche le nonne farebbero meglio a farle in presenza”, come dio comanda. Il bisogno di giovare alla società parte ancora dalla cooperazione di individui maturi e capaci che con il loro contributo cercano di migliorare lo stato delle cose, di “fare mondo”: se subalterni ai prodigiosi strumenti creati dalle nostre intelligenze rischiamo di perdere la genialità umana per “usare” l’artificiale di un’intelligenza umana che, appunto ha inventato beni che ci fanno guadagnare tempo non per andare sempre di corsa, ma per decidere livelli migliori e più agevoli di vita nostra e del mondo. Altrimenti rischiamo cambiamenti antropologici e perdita di autenticità in ricerche che hanno bisogno di sentire con un corpo che la macchina non avrà mai. La scuola ha il dovere di accompagnare la transizione a un mondo che percepiamo come autore di possibili danni o di grandi benefici. Se la conoscenza è processo, si sa che le tappe del percorso sono provvisorie: il viaggio da intraprendere con bagaglio leggero dell’intelligenza da attrezzare per capire di più, ma conservando attive la fantasia e la sensibilità affettiva: mi ha impressionato la notizia che la sonda inviata su Marte, che sta esaurendo le batterie e si estinguerà, ha inviato alla base un messaggio con cui dichiara il proprio dispiacere di non essere più in grado di finire il progetto e di soddisfare le richieste affidatele. Se è vera, vedo una cortesia beneducata nell’oggetto meccanico che contrasta con la scarsa urbanità di giovani e meno individui concittadini. L’intelligenza artificiale è sempre programmata da noi: avrà un’etica?
Gli insegnanti, maestri delle elementari o docenti del classico, credono di non essere solo funzionari dello stato, potrebbero guidare (e non subire) i corsi di aggiornamento loro erogati dalle università, vorrebbero non risolvere i problemi della nuova paideia con le regole disciplinari (i divieti dei cell. In classe invece di utilizzarli come strumento didattico) o avviando il sistema verso la concorrenza meritocratica e la tecnocrazia. Manca la constatazione principale, che oggi viviamo una grande povertà educativa: non sono passati troppi anni da quando i pedagogisti erano “autori” conosciuti per la loro popolarità. Oggi i quotidiani stampano a basso costo i libri di Gianni Rodari, c’è una pletora di saggi sui giovani e i loro guai, dovuti soprattutto a psicanalisti, ma non primeggiano più didattica e pedagogia per metodologie sul futuro. Per i giovani che stanno formando, ma anche per noi stessi. Se l’essere umano non vivrebbe se fosse solo, è intuitivo pensare alle società come comunità educanti: “debbo” creare relazioni positive con gli altri per ottenere la felicità, parola impegnativa per Socrate e ancora necessaria: il bene individuale resta egoista e non può che riferirsi al bene sociale che dà la completezza al vivere. Aristotele rende la virtù un esercizio che rende giuste e di conseguenza produttrici di piacere le azioni umane: chi ama fare è sollecitato a fare bene e fare ciò che si ama rende felici, una questione di conoscenza. Una questione etica della polis. Una questione etica della scuola.


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.