Cinquant’anni fa una legge, la 772/72 riconosceva finalmente anche in Italia il diritto di obiettare un servizio militare che prevedeva il dovere di uccidere in caso di guerra. I primi che rifiutarono di dare un anno della propria vita per ragioni morali (“non voglio imparare a uccidere un fratello in umanità che chiamo nemico: il mio Stato, la mia Costituzione rifiutano questa violenza”) subirono l’arresto e l’accusa di viltà e disponibilità al tradimento. Oggi nessuno dubita che sia una questione di civiltà, ma cinquant’anni fa le resistenze dei governi e dei ministri democristiani, dello stesso presidente della Repubblica Cossiga, anche della Chiesa i cui cappellani militari, graduati e stipendiati come militari, portarono in tribunale don Milani e p. Balducci. Nemmeno la sinistra, in genere, simpatizzava per la contestazione antimilitarista. Oggi sembra un reperto del passato, anche se la coscrizione obbligatoria potrebbe essere restaurata in casi di emergenza: definendo sacra la difesa, la Costituzione lega l’applicazione alle disposizioni di legge.

L’Ucraina, che riconosceva l’obiezione di coscienza, l’ha soppressa insieme con la mobilitazione permanente del paese. Yuri Sheliazhenko, è un giovane ricercatore della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Kiev che si occupa di diritti umani e di etica religiosa: è conosciuto come rappresentante degli obiettori di un paese militarizzato. Dal 24 febbraio la situazione si è aggravata mese dopo mese e, mentre è cresciuto il numero delle vittime civili, sia l’Ucraina sia la Russia hanno segretato il numero dei soldati uccisi che ormai hanno superato quota centomila da entrambe le parti. Non fa meraviglia che ignoriamo se ci siano e quanti potrebbero essere i seguaci di Yuri, dato che quando la democrazia è condizionata dalle ragioni militari, la prima libertà che salta è l’informazione.

Ormai in Italia e in Europa, ma anche in altri paesi, la “leva” è scomparsa, sostituita dalla professionalità militare, un’esigenza funzionale alla nuova struttura degli strumenti operativi, a partire dall’estrema sofisticazione delle armi arrivate all’uso del nucleare miniaturizzato. E il discorso della “coscienza” resta. Il fare memoria di una legge serve a rafforzare le ragioni della filosofia della nonviolenza, nata dalle rovine delle seconda guerra mondiale per impegnare alle solide ragioni della forza morale il “no” assoluto alla guerra.
Quando uscì la legge fu subito contestata perché indulgeva all’obiezione punendola: il servizio civile sostitutivo doveva durare per ii presunti codardi un supplemento anche di otto mesi rispetto alla leva. Durarono le carcerazioni mortificando il senso dell’appello della coscienza individuale nei confronti della “violenza dello Stato”. Con l’impegno degli anni, gli obiettori guadagnarono al paese un processo di approfondimento degli stessi principi costituzionali di cui l’obiezione di coscienza alla guerra doveva far parte.

E’ del lontano 1949 – nel ricordo ancora vivo della seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze – la data della prima condanna in Italia per questa espressione civile di dissenso che la mentalità militarista dei paesi che hanno la leva obbligatoria trasforma in fattispecie di reato. Pietro Pinna nel 1948 si era appena diplomato e rispose alla “chiamata” della sua leva chiedendo di svolgere il servizio da allievo ufficiale; accortosi subito di non avere la stoffa del militare si autodenunciò come disertore. Fa bene rileggere la sua dichiarazione: “Faccio noto a codesto comando di essere venuto nella determinazione di disertare la vita militare per ragioni di coscienza. Trascurando qui di prendere in considerazione nei dettagli le convinzioni dettatemi da ragioni di fede, storiche, sociali e altro, dico che le mie obiezioni nascono essenzialmente dall’impegno totale assunto sin dalla fanciullezza ad una apertura ideale e pratica a tutte le creature umane. Modi capitali indispensabili di essa apertura: nonviolenza e nonmenzogna, mai limitabili e per nessun motivo. Logica e naturale è così la mia spontanea reazione anzi impossibilità a collaborare con l’Istituzione militare, le cui evidenti manifestazioni prime sono in antitesi con tali mie più profonde ragioni di vita. Mi dichiaro pienamente consapevole del mio atto di rottura con la legge attuale e resto in attesa d’una pronta decisione al riguardo”.

Ci sono corollari che mantengono sollecita la coscienza, almeno simbolicamente, per altrii impegni che coinvolgono il cittadino nelle opere necessariamente funzionali alle esigenze dello Stato democratico, dall’obbligo al giuramento delle FFAAA alla priorità degli interessi militari nei finanziamenti della ricerca e dell’industria bellica i cui progressi ricadono sul civile (e non, come sarebbe auspicabile, il contrario), alle risorse investite con denaro pubblico in armamenti e stornate dall’educazione e dalla salute di tutti. La nostra Marina e la Guardia di Finanza e Costiera hanno eseguito ed eseguiranno operazioni “di guerra” nei confronti di esseri umani, uomini, donne, bambini, che, inermi, chiedono aiuto e affrontano il pericolo estremo in mare: non è assurdo pensare un’estensione del diritto a dissociarsi dall’obbedienza giurata. Anche la “disciplina militare vincolante all’obbedienza” era un obiettivo politico dei tempi del vietato vietare che si opponeva alla “diceria” del rigore che la leva “fa diventare veri uomini i bamboccioni”. L’attuale presidente della Camera dei Deputati, Ignazio La Russa, da ministro della difesa aveva inserito nella manovra economica una mini-leva di stages per 4.000 giovani (“balilla e avanguardisti”?) da attirare alla vita militare. Non è la miglior didattica per la nostra scuola che già con il “merito” incentiva la competitività e ha dimenticato di essere “pubblica”.

La guerra non ha più l’onore in cui era tenuta nei secoli passati. Il dovere militare non è più requisito fondamentale dell’appartenenza alla comunità, la carriera militare non è più così brillante socialmente come nelle narrazioni novecentesche e l’obiezione di coscienza è un diritto e non un reato. Nella comunità “civile” i cives, i cittadini si riconoscono nella partecipazione e il servizio civile ha acquistato un protagonismo non ancora così bene rappresentato come sarebbe necessario. Eppure non si riesce a produrre da questa ricomposizione, anche psicologica, il cambiamento necessario: cedant arma togae si dice retoricamente, ma la politica dei governi non dà priorità al rispetto della via pacifica alla soluzione di controversie e conflitti che il ricorso tempestivo alla diplomazia può risolvere senza danno. Ma intanto la grande contraddizione: dichiarare che non è ammissibile la guerra, mentre si continua a produrre, vendere, scambiare armi sofisticate per gli eserciti propri e altrui. Una contraddizione a beneficio della continuità delle guerre che i militari hanno il bisogno di chiamare “preventive, chirurgiche, addirittura umanitarie” per poterla giustificare. E di armi sempre più sofisticate, armi leggere, chimiche, biobatteriologiche, convenzionali, nucleari, studiate, prodotte, finanziate con denaro pubblico da tutti i paesi del mondo: nei 2021 la spesa militare del mondo è aumentata dello 0,7% e ha superato i 2mila miliardi di dollari. Il commercio italiano ha venduto quasi 4,6 mld. di armi, il 40% all’Africa, un po’ meno agli Usa e a paesi Nato. Il mondo può andare a sbattere.

L’autrice è stata presidente della Loc (Lega Obiettori di Coscienza) e ha sostenuto la riforma della 772 in Parlamento

LA SFIDA DELL’OBIEZIONE DELLA COSCIENZA NONVIOLENTA Solidarietà Internazionale dic.2022
Giancarla Codrignani


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.

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