Le città cambiano sotto i nostri occhi. Ce ne accorgiamo tutte le volte che guardiamo le testimo- nianze del passato, pur recente. Cambiano gli individui; e anche le individue. Tuttavia si sta – soprat- tutto nei periodi di transizione, come è il nostro – a guardare il “nuovo che avanza”: alcuni segnali indicano che se ne ha così paura che scivoliamo indietro. Per la donna ogni innovazione è “voglia di esserci”, ma sempre resta così esposta al patriarcato che, anche non volendo – l’emancipazione può renderle davvero “come un uomo” (anche se mai uguale come una donna) – manterrà gli squi- libri tradizionali, dovendo riconquistare diritti dati per acquisiti. In Iran, dove si vorrebbe continuare a cancellare il corpo femminile, è in corso una lotta esemplare, assolutamente nonviolenta contro la scomposizione dei diritti, censurati dal pregiudizio che, per tradizione, esclude le donne dalla pienezza del rispetto umano. Le chiome tagliate sono simbolo della libertà, che nella sua essenza ideale sarebbe priva di violenza: destinata a restare impotente se l’uomo non impara il coraggio della ragione disarmata dai pregiudizi. Le politiche potranno annullare il velo per decreto, ma ne resterà l’ombra, a partire dalla famiglia, dove anche da noi si maltratta, si violenta, si uccide.
Per questo la cultura delle donne viene sempre menzionata, ma risulta scomoda a istituzioni e amministrazioni perché pretende di valere e, per ogni questione, di dare contributi non autoreferen- ziali (anche se lo sembrano), necessari a migliorare la società tutta intera, titolare di diritti comuni nel corpo di soggettività diverse.
Un esempio banale: finché non sono arrivate le architette negli uffici di progettazione, il colore delle pareti, le vasche, i “sanitari” dei bagni riproducevano il modello ospedaliero: smalto rigorosa- mente bianco, escluse le note di colore, al massimo un murano da collezione per il dopobarba. Se l’urbanistica civica – vanto di ogni sindaco – immettesse nel DNA amministrativo un po’ di cultura femminile, forse le periferie, che sono complementari (e votano a destra) alla città grande (la ZTL che vota a sinistra) sarebbero polis indifferenziata non solo per l’omogeneità dei servizi realizzati
e decentrati, ma polis colloquiale, gentile, pronta – nel suo fondo la gente è buona – a sentirsi a suo agio dentro spazi famigliari, anche ridotti, ma funzionali all’umano delle relazioni. La società del benessere ha abbandonato la solidarietà perché non sta più insieme e non si ascolta: i condo- mini isolano i comproprietari, che si incontrano in assemblee litigiose, dalle cui vertenze è esclusa l’amicalità. Anche se il quartiere fosse ancor più fornito di attrattive a integrazione dei servizi (monumenti, panchine, aiuole, fontane e fontanelle, centri culturali pubblici e privati istituzionali), la gente ormai non “sente” il beneficio dello stare insieme: forse vanno incoraggiati i cortili e le sale condominiali. Non dimentichiamo che i greci antichi dicevano che la polis educa l’uomo. Una volta era il compito delle sezioni di partito e delle parrocchie.
È proprio la transizione che necessita cura particolare, per non perdere l’umano che è in ciascuno e prevenire gli effetti di maggior criticità delle questioni “calde”: solitudine, indifferenza, anaffettività a cui le persone, anche giovani e giovanissime – che per fortuna non sono robot – debbono tro- vare risposte alle domande che da soli non sanno formulare ed esigono discernimento affettuoso esterno per recuperare umanità. Come il bambino sottoposto a una radiografia non ha paura se sulla macchina c’è un paperino, agli adulti diventati più benestanti, più scolarizzati, meglio curati non basta più la funzionalità di quanto la ricca Bologna ha dato finora ai suoi cittadini.
Ricordate quando scoprimmo i matti da slegare con il film di Bellocchio e Franco e Franca Basaglia ci misero sotto gli occhi la vergogna dei manicomi. A Bologna assessori e politici guidavano dibattiti con cittadine che temevano il ritorno in casa del figlio violento. La psichiatria ha fatto dimenticare la chiusura del Roncati; ma la società registra nuove vulnerabilità, disturbi comportamentali più sottili, cedimenti per effetti perversi non solo di imprevista pandemia, ma di computer da cui il ragazzino non si stacca, di uso dei social ossessivo e indecente. La sanità incontra la scuola, ma non solo gli specialisti e i tecnici: il disagio sociale va condiviso per guarire.
L’Emilia ha creato le scuole materne per i bimbi, a partire dalla conquista della legge 444 del 1968, frutto delle dimostrazioni delle lavoratrici italiane, tuttora debitrici alla lotta portata a farsi legge da Adriana Lodi. Era, allora, una misura assistenziale: ma a Bologna è sempre stata scuola dell’in- fanzia. Oggi anche negli asili ci sono casi di ipercinesia o depressione: non si rimedia con un bonus per lo psicologo, ma cercando di riconsiderare le responsabilità e i valori della genitorialità e della convivenza famigliare, senza strumentalizzazioni ideologiche sulla pelle dei bambini che nascono come Dio comanda senza normalità precodificata, a danno del diritto educativo. Per questo credo che ci sia un grandissimo bisogno di una nuova edizione dei mai abbastanza rimpianti Febbrai Pedagogici.
I consultori, implementati con grande impegno nella nostra Regione soprattutto in funzione della legge 194 e oggi non privi di difficoltà, potrebbero avere una funzione sociale rinnovata se si tornasse alla volontà delle donne che, fin dagli anni Settanta (del secolo scorso) richiesero uno spazio proprio, un “servizio di genere”, non necessariamente sanitarizzato. I dibattiti organizzati dall’UDI facevano infatti riferimento alla diversificazione delle esigenze femminili: “e se una non volesse subito ma sapere come fare se…?” perché non avere una consulenza giuridica? E anche “le mamme e le maestre vorrebbero sapere come regolarsi con l’educazione sessuale?” Sono quesiti che mostrano gli anni: oggi i minori si educano da soli sui siti pornografici. Forse un problema più grave. Naturalmente era prioritaria la questione dell’aborto (che continuiamo a sottrarre alla libertà femminile) ma l’idea del centro sociale delle donne si ridusse ad un ambulatorio “diverso” ma non oggetto di desiderio.
Non siamo soli: gli immigrati vivono i nostri problemi, ma anche quando “ottengono” la cittadinanza, restano subalterni: possono essere uguali in diritto, ma non “si vedono uguali” in umanità. Diritti e salari hanno bisogno di riconoscimento: legale, ma anche del rispetto italiano dell’uguaglianza:
un’integrazione anche nostra, di buone pratiche, in cui le donne trovano la via dello stare insieme se si incontrano a fare insieme i biscotti delle loro tradizioni.
Il coraggio di cambiare senza perdere quel che si è conquistato sta impattando una crisi che temiamo tremenda, conseguenza del Covid che è un virus e della guerra che è volontà umana. Quindi il coraggio va alla resilienza, ai messaggi di attenzione e “cura” del futuro. I diritti non vanno accan- tonati sia sostenendo l’Europa e la sua coesione democratica, sia prevenendo difficoltà ulteriori, come i tagli al Servizio Sanitario Nazionale a beneficio della privatizzazione e dell’assistenzialismo debitorio in contrasto con un necessario ri-consolidamento pubblico/privato del welfare. Il lavoro è prioritario: esige cooperazione nel comporre le esigenze dell’economia sostenibile (fonte di occupa- zione) e una prevedibile e dannosa frammentazione produttiva a causa delle carenze energetiche. Se gli Enti locali riceveranno meno finanziamenti, dovranno far avanzare l’informatizzazione e la formazione del personale amministrativo, ma anche inventarsi aperture relazionali con l’utenza per problemi che – dal traffico ai rifiuti – contano per trovare soluzione con la responsabilità civica. La partnership con le donne è ineludibile: il femminismo che esaltava la forza delle donne sapeva che le donne eccellono in tutte le professioni e possono governare come i maschi. Ormai, da prima della Meloni, in Europa una decina di donne è capo di Stato o di governo (e l’Estonia ha due donne in entrambe le funzioni). Ma se resta immutabile il modello unico, competitivo, gerarchico, di potere, non è quello che può costituire la forza di riferimento. Anche agli uomini farebbe bene non affidare tutto al proprio modello “forte”: si può perdere. Le donne ci sono abituate (per ora) e nelle crisi restano la miglior guida di attraversamento dei conflitti e di risposta ai problemi per una volontà di cambiamento intuitivamente presente nel 52% dell’elettorato, ma costantemente scoraggiato dal protagonismo maschile. Oggi il futuro esige ancora di cambiare; ma c’è bisogno di una “visione” che si è dissolta e necessita un’alleanza tra i generi per ridare senso politico al vivere quotidiano.

INDICE
Il coraggio di cambiare di Valentina Gabusi e Alessandro Zanini 6 Il nuovo che avanza di Giancarla Codrignani 8 Trasformazioni di figure e ruoli professionali in ambito psichiatrico di Bruna Zani 12 Gli anni Settanta nel servizi socio-sanitari di Flavia Franzoni 16 I movimenti per la salute e la sicurezza nel lavoro di Gino Rubini 20
La mostra
Il welfare a Bologna negli anni Settanta 28 Il secondo tempo del decentramento 32
Salute
I poliambulatori di quartiere 38 La messa in discussione delle istituzioni totali 42 La chiusura delle scuole speciali 46 Eustachio (Nino) Loperfido 50 Alessandro Ancona 54 Edelweiss Cotti 58 Le farmacie comunali 62 La nascita dei consultori familiari 66 La tutela della salute nell’ambiente di lavoro 70 La salute dell’infanzia

RETE ARCHIVI DEL PRESENTE
IL CORAGGIO DI CAMBIARE
Il welfare a Bologna negli anni Settanta
(catalogo della mostra)


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.