“FALLIMENTO DEL SINODO? la comune responsabilità”
Adista, dicembre 2023

Papa Francesco l’aveva chiamata “camminare insieme”. L’espressione che traduce la parola greca synodos era stata, per la verità, usata dal Card. Pellegrino nella pastorale piemontese del 1972 e anche lui chiedeva di partire dal basso. Probabilmente Francesco è arrivato tardi. L’invito alla riflessione e al discernimento era già tutto l’”instrumentum laboris” da diffondere. Il documento del l 14 marzo 2023 e i successivi non hanno aggiunto molto.
Le risposte – ma soprattutto le domande, i dubbi, le eresie – del “popolo di Dio” avrebbero dovuto invitare i teologi a ripensare metodi e contenuti di un rinnovamento ormai urgente anche a prescindere dal sinodo. Quando un bambino di sette anni domanda che cosa vuole dire Creatore se c’è l’evoluzione, fa lo stesso ragionamento di mons. Luigi Bettazzi che, nell’ultimo articolo pubblicato su Rocca, Posterius, fa riferimento a una narrazione della creazione dentro la quale sta l’evoluzione (tanto per non tornare a fare la figura fatta con Galileo). I battezzati, infatti, cioè il basso, sono così ignoranti delle cose di Chiesa (e più ancora di quelle di Dio) e così adeguati alle abitudini del “sacro” che si percepisce la fatica che fanno se, come è stato sotto la spinta del papa, dovevano cercare di ritrovare l’autenticità del vangelo come base per il nuovo “impegno sinodale”. Purtroppo ancora una volta, la mediazione è stata affidata all’ormai malcerta autorità clericale, paradossalmente contraddittoria con un “sinodo del rinnovamento” organizzato attraverso le solite strutture, parrocchie, diocesi, clero non sempre aggiornate e poco “laiche”. Per questo Francesco si era premurato di invitare ad assumere il ministero della teologia con fedeltà creativa alla tradizione, opportunamente sottolineando il “pericolo dell’indietrismo. Infatti il teologo è uno che, per mestiere, si arrischia ad andare oltre e se ci saranno limiti sarà il magistero a segnarli (ahimè, come sempre, se non si può accettare il caos). Per fortuna oggi anche la teologia può farsi multidisciplinare e la storia, la filosofia, la sociologia, l’antropologia non sono più suppellettile profana, ma preziosi strumenti di lavoro.
Sono consapevole di intervenire su un terreno che mi appartiene solo per la competenza politica che implica e perché anche i laici non accademici si debbono esprimere – e perfino le donne – in virtù del diritto dei battezzati, Anche perché ormai tutti, anche “in alto”, dicono (o, tacendo, non dicono) di tutto. La teologia contemporanea, infatti, non aiuta: dalla conferma delle regole tridentine alla seduzione dell’ateismo l’abbondante saggistica religiosa non risulta sempre memorabile, a dimostrazione che Francesco aveva ragione nel chiedere aiuto al popolo dei non addetti, che, forse, hanno voglia di teologia.
Forse Francesco è arrivato troppo tardi: avendo i teologi trascurato per anni lo scavo della miniera conciliare (perché il Vaticano II era pastorale e non dogmatico?), il tempo ha consegnato al silenzio gli scritti preziosi dei padri che, contestati allora dalla curia vaticana, avevano anticipato il coraggio di Giovanni XXIII: Chenu, Rahner, Schillebeeckx, Congar, Kasper….Per questo mi deludono i teologi che evitano la via diretta per affrontare in radice i problemi che intrigano chi fatica a confessare “verità” in-credibili. Una lettura dei testi “sacri” dovrebbe comprendere che cosa questa Parola ci dice, oggi, a noi, a me, anche guidata da un magistero in cerca come me di unità nella ricerca veritativa sempre in cammino. La Bibbia, il Corano, il Popolvuh dei Maya, i Veda o le Upanishad sono “sacri” non perché fatti di tavole di pietra o di pergamene: il senso lo acquistano se vengono letti e, poi, la generazione successiva li rilegge con altra sensibilità. Misterioso il conseguimento della verità, che non è mail “la certezza” se non per atto di fede, solida perché conosce il dubbio. D’altra parte il “sacro” merita qualche distinzione: non sempre è il santo o il divino.
Le scienze infatti hanno sempre inquietato il pensiero dogmatico, ma anche le apparentemente diverse superstizioni: perfino i no-vax e i no-green rispondono per fede alle loro presunte teorie, ricusando il metodo dello scienziato che non si contenta se non “dimostra con prove” la sua tesi, che, una volta convalidata, resta solo un gradino in più, in attesa di ulteriori sviluppi. Per la Chiesa cattolica, lasciando perdere i classici antichi aprioristicamente e inesorabilmente “pagani”, il primo vero trauma nei confronti dell’argomentazione autonoma della scienza è stato il caso Galileo. L’errore di quella condanna è stato corretto nel 1992: dall’abiura sono passati 4 secoli, qual fattosi quattro secoli, durante i quali per il Vaticano, nonostante il lavoro diuturno della specola vaticana, la terra non girava intorno al sole. Il card. Roberto Bellarmino, uomo di punta della Controriforma (lo chiamavano il martello degli eretici) che si era occupato della revisione della Vulgata, da ecclesiastico austero e pieno di buone intenzioni, si rese responsabile delle condanne di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Il primo, filosofo, mantenne la coerenza e la libertà della coscienza e subì il rogo; Galilei, scienziato, abiurò. La filosofia infatti si gioca sui principi e se il potere imbavaglia un libero testimone di verità, solo lo scandalo della morte può ridargli la voce annichilita dalla condanna. La scienza invece “sa” di avere dimostrato con prove e aspetta il riconoscimento di cui, quando che sia, è sicuro. Oggi fortunatamente la teologia sa di leggere i segni dei tempi in un’epoca di trasformazione radicale e deve superare sia l’eredità postuma dell’idealismo, sia l’urgenza di avere, di fronte alla formulazione di proposte assolutamente nuove, una nuova visione per non pronunciare sentenze a vuoto.
E’ la scienza che oggi pone le domande a filosofi e teologi, ignari che le loro scuole di pensiero possono restare ideologiche: perfino il libro della natura interpretata dal livello attuale delle scienze non collima con le Scritture tramandate come Parola di Dio. Allo stato, o si segue il creazionismo veterodogmatico o ci si riconosce eretici, senza paura di un santuffizio che, solo per il recente coraggio di una dichiarazione inequivocabile di papa Francesco – in altri tempi è arrivato ad usare metodi immorali – non potrà tornare a giudizi impropri che darebbero un colpo mortale all’istituzione. Urge, dunque, ripensare come leggere, tradurre e interpretare quella Parola, che resta Parola, anche se il suo linguaggio va ascoltato secondo l’intellegibilità dell’ascolto: la grandezza di Dio, per chi ha fede, è quella del poeta, non quella del un retore: se Cicerone tornasse e parlasse italiano scarterebbe le vetuste traduzioni umanistiche del de natura deorum letto sul tablet. Ovviamente prima bisogna capire un dio che non vuole più essere autore dei “salmi delle maledizioni”, se mai l’avesse voluto. Aspettiamo l’IA? Testo “naturale”, testo “artificiale”? Anche il mondo “naturale” non è più lo stesso e la crisi ambientale dimostra che dovremo prendere provvedimenti efficaci non per la conservazione della natura “di una volta”, ma a misura delle trasformazioni di un sistema produttivo di sfruttamento non più solo del lavoro, ma del suolo (come leggere il dominare la terra della traduzione biblica classica) delle cui carenze sappiamo da almeno cinquant’anni.

Ci sono domande che riconducono al creazionismo, termine insostituibile per i tradizionalisti. Il nome di Darwin è ancora demoniaco per i conservatori – in particolare americani – che, per coerenza, dovrebbero vietare ai cattolici la visita di un museo antropologico. Se si ragiona senza problemi delle ere geologiche, non ha senso bloccarsi quando si passa alla comparsa dell’uomo e all’antropologia. Infatti, anche per i credenti la creazione “diviene” e bisogna andare a fondo sull’ormai storica incompatibilità con l’evoluzionismo. La scienza si è espressa, la teologia no: se i problemi relativi ai primi capitoli della Genesi, il card. Ravasi li riduce a eziologia metastorica sapienziale, la Chiesa non dà prova di grande coraggio: le dissolvenze non aiutano a dirimere la questione. Il prof. Louis Caruana della Gregoriana ha sostenuto la ricerca di un suo giovane allievo che ha pubblicato un’interessante tesi di laurea: Evil, Theodicy and Evolutionary Theory. Luca Di Gioia, l’autore, ha preso le mosse dalle dottrine classiche sul male, la giustificazione e il piano della salvezza. Da Giobbe a Epicuro, a sant’Agostino e a san Tommaso (che non dicono le stesse cose sulla natura) passa in rassegna le teorie classiche e le sottopone ad una critica semplicemente innovativa per il credente laico, forse persuasiva anche per un conservatore. Il male non ha bisogno di un peccato originale: le sofferenze, la morte e, appunto, il male hanno motivazioni umane, sociali e storiche: Dio c’entra perché stanno nel piano della salvezza. Per la nostra umana percezione, sperimentiamo fattualmente solo l’assenza del bene. Il darwinismo non si occupa di Dio: fornisce un’indagine sui meccanismi dell’evoluzione in natura liberando la continuità genetica delle forme di vita, della loro continuità e selezione, supportate dalla paleontologia e dalla paleogenetica come ipotesi di lavoro sulla natura che oggi impariamo a conoscere meglio. Il dibattito in corso sulle tipologie della sessualità sta a dimostrare la schematicità di un passato in cui l’uomo era il dominatore dell’ambiente e della famiglia umana (con il capofamiglia che assoggetta la donna e dà il nome ai figli). Qualche parentela con la creazione biblica Dio creò l’essere umano, maschio e femmina? Certamente non patriarcale, se famiglia doveva essere. La legge si è fatta dio legittimando l’ordine famigliare dei figli “legittimi”, “illegittimi” o “bastardi”, repressiva nei confronti di chi disturba gli stereotipi inveterati. Vale per la società civile intera, ma anche – forse soprattutto – per la teologia cristiano-cattolica, riappropriarsi del fondamento etico della complessità dell’amore. Il futuro ne ha un gran bisogno.

Tutto questo che cosa ha a che vedere con il Sinodo?
“Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire”. Ma la periferia, il basso non parla perché non le si è data la voce che aveva reclamato il Concilio Vaticano II. Che – bisogna dirlo – è stato sconfitto dai conservatori che ancora mal digeriscono Francesco nella disattenzione del basso alle sue richieste, che possono essere difese solo “perché è il papa”. Il quale può sentire l’obbedienza (relativa) come scandalo se si accorge che la sua Chiesa non è più capace della libertà dei figli di Dio. Fino ai nostri giorni per molti vescovi l’ascolto è stato quello “dello Spirito” (che parla solo a loro?), non l’ascolto del Popolo di Dio, pur riconosciuto “re”, “sacerdote”, “profeta”. Voci che, se non osano parlare, vanno incoraggiate: non è solo dal basso che sono possibili le sbandate. La voce dello Spirito non crea spontaneamente l’unità di fede: se avesse voce umana, chiederebbe aiuto per la liturgia. Se la sinodalità deriva direttamente dal Vaticano II, è un dono di Dio, una conversatio in Spiritu sancto, che può diventare universale, oltre le belle parole; ma dove va? Ho la presunzione di capire le contraddizioni di cui Francesco si fa responsabile (per pura necessità difensiva): forse sta dalla parte dei progressisti del Sinodo tedesco, anche se li ha più volte sgridati. Ma i temi che, appunto, i cattolici coraggiosi tedeschi portano avanti vanno almeno detti in tutta la loro scomodità in vista del Sinodo dei Sinodi calendarizzato per il 4 ottobre: l’abolizione del celibato sacerdotale, il sacerdozio femminile, le benedizioni delle coppie gay, la sburocratizzazione delle strutture ecclesiastiche per renderle fluide e accessibili per la gente, trasparenza sulla lotta agli abusi, persino l’elezione diretta dei vescovi. Non sono argomenti dei Consigli pastorali, ci vorrebbero laboratori di studio per evitare l’impoverimento della vita parrocchiale che elaborino risposte alle esigenze del futuro e impediscano di seguire l’invito alla gioia. Sono la prima a non sapere che cosa proporre. Ma sento – da non accademica – che tacere è una via di comodo. Sapere che tutte le chiese delle diverse religioni sono in crisi non consola perché il nemico peggiore è l’insidia conservatrice dell’abbandono. Il coraggio non può tenere il freno a mano tirato.


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.