L’ESCALATION DELLA QUALITA’ DELLE ARMI

Giancarla Codrignani

“Quando penso che (…)i nostri laboratori sono pagati dalle autorità militari e sorvegliati come oggetti di guerra, quando penso a che cosa sarebbe stato delle idee di Copernico e delle scoperte di Newton se le condizioni fossero state le stesse, allora mi chiedo se non abbiamo davvero tradito lo spirito della scienza quando abbiamo lasciato il nostro lavoro di ricerca ai militari senza pensare alle conseguenze. Così ci troviamo in un mondo in cui gli uomini studiano con terrore le scoperte degli scienziati, e le nuove scoperte evocano in loro paure di morte”. Così J. Robert Oppenheimer nel film di Christopher Nolan.
A fine film dialoga con Einstein: “Eravamo preoccupati di aver innescato una reazione a catena che avrebbe distrutto il mondo intero….”. “Me lo ricordo bene. E allora?”. “Credo che l’abbiamo fatto”.

Evientemente la guerra è una grande opportunità di “progresso” se ai nostri giorni, non solo, dopo aver sperimentato non solo Alamogordo, ma in corpore vili Hiroshima e Nagasachi, l’arma nucleare non ci fa più impressione (e giustamente: l’abbiamo miniaturizzata!), ma applichiamo il nostro sapere a rendere sempre più spietate le armi. E’ la conseguenza della paura atavica trasformatasi in odio a portare l’uomo a identificare un nemico, per fargli il massimo del male e ucciderlo? Non è Caino: è l’uomo evoluto che usa il nucleare in medicina per fare del bene al malato e, indifferentemente, del male se è soldato o terrorista e vive accettando la violenza. Eppure l’uomo civile saprebbe usare le parole e stabilizzare apparati diplomatici in tutti gli Stati, elevando la diplomazia a un rango superiore a quello militare. La guerra fornisce opportunità al potere, non alla democrazia né al benessere comune: semmai ricostruisce le economie dopo averle distrutte.
Oggi lo sviluppo tecnologico apre fantasie sul nuovo che non c’è ancora. Il paradosso immagina che le vecchie guerre modello 1915/18 con i missili al posto dei cannoni potrebbero essere sostituite da strategie di hacker militari specializzati per accecare le istituzioni, le banche, le ferrovie l’elettronica del paese scelto come “nemico”: sarebbe il caos, ma senza sangue. Il satellitare (il Pentagono ha riconosciuto il cyberspazio come nuovo “terreno di guerra”) ha permesso a Elon Musk di offrire a Zelinski la copertura dagli attacchi informatizzati russi e adesso benefica allo stesso modo Israele: se i privati scendono in campo si potrà arrivare alla guerra tra satelliti come nella fantascienza. Ma l’onore, nel 2023, chiede ancora il sangue.
Davvero di strada ne è stata fatta tanta dalla fionda al drone, che, portando anche bombe, vola senza pilota, comandato da terra senza turbare la coscienza. Nel 1868 un gruppo di ufficiali russi aveva denunciato l’”indegnità” delle armi da fuoco che avvilivano la lealtà dell’arma bianca: il nemico va sfidato guardandolo. L’arma infatti ha anche valore simbolico: nell’era dell’IA è simbolico il riconoscimento facciale o le tecniche di depotenziamento delle capacità cognitive per cancellare o creare suggestioni, ricordi, emozioni in soggetti da controllare? La guerra non ha più nessun onore da difendere e un paese come il nostro – che è stato presente in tutti i conflitti “per interposti armamenti” (venduti a entrambi i contendenti nella guerra Ira/Iraq) – oggi sa che le armi – “il male” – hanno coperture convenzionali per cui nessuno, nemmeno il produttore o l’inventore di ordigni micidiali, vuole sentirsi responsabile. Ma la storia delle armi indica che la loro finalità distruttiva è in progress e anche il fucile non è più quello d’una volta: quello a laser KZM-500 produce un raggio che passa la porta e provoca la carbonizzazione istantanea dei tessuti. Anche il proiettile, se è a punta cava aumenta il potere perforante. Le bombe sono armi dirette contro i civili: gliele mandiamo a grappolo (una Convenzione internazionale le vieta, ma Biden la ha mandate a Kiev)? Useremo le termobariche? Ce ne possono essere anche di chimiche, ma si aprirebbe un capitolo top secret: tutti gli Stati posseggono armi chimiche e biobatteriologiche (in rispetto delle convenzioni?) di arsenali incontrollabili. Di tanto in tanto compaiono notizie inquietanti – l’Ucraina ha denunciato l’uso di armi al fosforo -, ma basta ricordare il Sarin rovesciato sul Vietnam o la guerra irakena che doveva punire Saddam per un possesso di armi chimiche che Tony Blair confessò inesistenti. Inquietante che il bisogno di sicurezza nei confronti dell’Urss comunista avesse imposto alla Nato negli anni ’80 di “modernizzare” gli arsenali chimici con i gas binari e nervini di nuova generazione. L’uranio impoverito è micidiale: lo sappiamo perché abbiamo avuto molti casi di nostri soldati ai tempi della leva che per esser stati seduti su cassette che contenevano il materiale si ritrovarono con un cancro all’ano: è stato usato in questa guerra Ucraina/Russia. Vogliamo davvero “fare del male” sempre di più.
Contro le mine antiuomo abbiamo fatto manifestazioni, si sono approvate Convenzioni, ma bisogna fare attenzione a non metterci il piede sopra nelle zone di guerra, dove restano per anni. Le armi leggere (fucili, mitragliatrici e mitragliatori, lanciagranate e lanciamissili portatili, kalaschikov) sono a disposizione degli eserciti e dei privati: dieci anni fa avevano il primato produttivo, recentemente l’Italia ne ha fornite per otto milioni e mezzo di euro alla Libia e non si è saputo a che titolo. Più raffinate le NLW, “armi non letali “nel senso che producono sofferenze per debilitare senza, in teoria, annientare: droni, calabroni ionici, sensori agli infrarossi, applicazioni elettromagnetiche e laser, luci stroboscopiche, gelatine capaci di liberare molecole, bombe programmabili: è l’enduring degli arsenali.
La guerra in Ucraina ha smaltito sistemi di vecchia generazione in esaurimento e l’Europa è chiamata a incentivare e arricchire la modernizzazione delle proprie dotazioni. Gli Usa hanno circa 2.500 carri armati di modello unico, l’M1 Abrams, quelli delle forze armate europee appartengono a diciassette modelli diversi. Invece di fare integrazione gli europei riarmano modernizzando sistemi ormai ipertecnologizzati. I polacchi stanno sul sicuro e hanno ordinato 250 carri armati Abrams M1A2 americani; non è facile l’intesa tra francesi e tedeschi per un carro armato europeo; l’Italia ha acquistato i carri Leopard 2A8 da affiancare agli ArieteC2 modernizzati.
La produzione di droni e missili (dual use, produzione militare e civile) procede moltiplicando le varianti (un drone kamikaze trasporta missili e si suicida) anche a prezzi accessibili (per i terroristi), mentre assume carattere di maggior rilievo l’aeronautica. Dopo l’Eurofighter resta ancora centrale l’F-35 della Lockheed Martin, ma entro il 2035 l’Italia insieme con Gran Bretagna e Giappone ha messo in cantiere il Tempest, un aereo con pilota umano a guida di una rete di velivoli esterni e connessi (che compiono ricognizioni e sostegno al combattimento), all’interno di un contesto controllato dalla piattaforma centrale che – collegata in tempo reale con tutte i comandi delle diverse armi coinvolti e con la direzione strategica – può moltiplicare gli effetti distruttivi da situazione dominante. Il socio giapponese non illude nessuno: la Nato, ormai chiaramente disponibile a compiti “fuori area”, è interessata a mantenere attiva la relazione con il Sudest asiatico. Sono previste guerre certamente peggiori, cariche di maggiori sofferenze per le popolazioni civili, di uccisioni più crudeli stando alla qualità dei mezzi, sempre costosissimi che appesantiranno i bilanci degli Stati e l’impoverimento dei beni sociali.
Maledire la guerra bisogna; ma anche sapere che c’è chi pensa alla guerra che verrà e, quindi, la aspetta. Occorre entrare nel merito del bisogno di sicurezza, razionalizzarlo tenendo la pace come obiettivo fondamentale: se un aereo come il Tempest comporta il totale affidamento agli addetti ai lavori, i programmi strategici quanto possono giovarsi dell’IA? le armi diventano autonome? Permettono l’extragiudicial killing? Ci sono conseguenze anche per la sicurezza civica se si useranno anche in polizia mezzi analogamente più duri e meno rispettosi del soggetto umano: per il solo fatto di esserci la logica della difesa armata attenta alla democrazia. Non è un caso che l’ultimo intervento del vescovo Luigi Bettazzi fosse una critica tagliente, purtroppo non elaborata, alla guerra anche difensiva.

Categorie: Asterischi

Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.