Dedicato a Michele Achilli
I liberi cittadini che nel 1892 fondarono il Psi non si aspettavano la scissione del 1921, ma Turati e i suoi amici riformisti sapevano quanto danno avrebbe recato al paese la radicalità del Partito Comunista d’Italia davanti all’insicurezza del paese dopo una guerra vinta che era stata piuttosto una sconfitta e davanti alla violenza reazionaria dell’ex-compagno Mussolini. Ma non potevano immaginare che un secolo dopo il governo – democraticamente – sarebbe finito in mano fascista, con il Psi ridotto presenza simbolica e la sinistra erede del comunismo ancora illusa dalla propria “differenza” ma, ancora una volta, destinata ad avvantaggiare il nemico. Solo che siamo alla “farsa marxiana”, sperando che non sia preludio di guai peggiori. Il PSI nell’aprile del 2022, in occasione del 130simo anniversario della fondazione, tenne un convegno dal titolo “L’attualità del socialismo nell’era delle grandi rivoluzioni”, tema impegnativo ma ingenuo. Sembra che nessuno avesse preso il polso della temperatura politica popolare. L’anno prima al Pd – ex-Pci, Pds, Ds, per il centenario del partito nato nel 1921, mancò il coraggio di un rendiconto storico delle conseguenze della scissione del 1921. Una data che ogni socialista che si rispetti cita per indicare la scelta che fu determinante per il disorientamento del consenso in un dopoguerra che si era rivelato più costoso di una sconfitta. La crisi economica, le esigenze di reduci, mutilati e, in primo luogo, disoccupati, ma anche il timore della sovversione di chi voleva fare in Italia come nella Russia del ’17 e occupava le fabbriche del Nord, resero il contesto favorevole al “movimento”  dei fasci che si diffondeva, nonostante le violenze che attuavano contro le Camere del Lavoro, le sedi socialiste e le associazioni democratiche, predicando la propria dispotica novella. Di fatto, in tempi di grande precarietà, andarono distrutte le aspettative della sinistra riformista che contava su una forte presenza di rappresentanti credibili e competenti in Parlamento. Lenin aveva invitato i socialisti italiani a conformarsi ai principi dell’Internazionale Socialista e ad espellere i riformisti di Turati, che mantenne il nome di Partito Socialista Unitario, destinato a tornare Psi, anche se nel 1943 si formò il Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria) massimalista, che durante la Resistenza aveva partecipato attivamente al Comitato di Liberazione Nazionalevicino al Partito Comunista Italiano nella politica di “unità d’azione”, osteggiata poi dall’ala del partito guidata da Giuseppe Saragat, preoccupato che le divisioni interne alla classe operaia potessero favorire i movimenti della destra autoritaria, come ai tempi del primo dopoguerra.
In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno1946, il PSIUP fu uno dei partiti più impegnati sul fronte repubblicano, al punto di venire identificato come “il partito della Repubblica”.
 Il 10 gennaio 1947 riprese la denominazione di Partito Socialista Italiano (PSI) nel contesto della scissione di palazzo Barberini che diede vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) e marcherà una più profonda distanza dai comunisti, ormai definitivamente agganciati allo stalinismo sovietico. Il PSI di Nenni proseguirà sulla strada delle intese con il PCI fino alla formazione del Fronte Democratico Popolare, che si presenterà unito alle elezioni dell’aprile 1948, tattica perdente in un’Italia sempre moderata quando vota: dopo la sconfitta non si parlerà più del “fronte popolare”, anche se il PSI mantenne l’alleanza con il PCI nell’opposizione per ancora molti anni. 
Una svolta importante nella storia del PSI la diede il Congresso di Venezia del 1957, quando, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria che segnò la rottura col PCI, il partito cominciò a guardare favorevolmente all’alleanza con i moderati, rafforzando il nesso socialismo-democrazia e abbandonando i legami con il blocco sovietico.
 Nel 1963 il PSI entra al Governo: l’esecutivo guidato da Aldo Moro aveva dato l’avvio alla stagione del “centrosinistra”.
Dopo lo squilibrio elettorale alle amministrative del 1972, la segreteria del Partito nel luglio 1976 passò da De Martino a Bettino Craxi, già vicesegretario e membro di punta della piccola corrente autonomista di Pietro Nenni. Nell’agosto del 78’, venne pubblicato “Il Vangelo Socialista”, che sanciva la svolta ideologica smarcata dal marxismo, con un percorso culturale distinto da quello del PCI che si rifaceva a Proudhon e al socialismo liberale di Carlo Rosselli. Nel 1985, dopo gli anni di partecipazione al Pentapartito, il PSI di Bettino Craxi rimuove la falce e il martello dal proprio simbolo per rimarcare la sua intenzione di costruire una sinistra alternativa e profondamente riformista all’insegna del socialismo democratico europeo non più egemonizzato dal PCI. L’elettorato premiò la scelta: la percentuale di consensi salì dal 9,8% del 1979 a toccare il  14,3% nel 1987.
 Con la caduta del muro di Berlino dell’89, reputando imminente una conseguente crisi del Partito Comunista Italiano, Craxi inaugurò l’idea della “Unita Socialista” da costruire insieme con il fidato Psdi e nella quale coinvolgere anche ciò che sarebbe nato dalle ceneri del PCI. Come previsto, infatti, il PCI verrà sciolto, ma dieci anni dopo (1991) gli ex comunisti confluiranno nel più moderato e riformista PDS. I primi riscontri elettorali da parte del PSI paiono incoraggianti, se alle elezioni regionali del 1990 i socialisti si portano al 18% come media nazionale. Nel 1992 scoppiò lo scandalo di Tangentopoli, che colpì prevalentemente il partito di Craxi, ma mise anche in crisi tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. La “forma partito” cambiò rapidamente e i segretari dei partiti dell’arco costituzionale resistettero fino alla soppressione degli statuti. Il Pci resiste, ma erano cambiati i tempi: non è la corruzione, ma l’immobilismo che ha cancellato una storia.
Oggi non solo in Italia, ma nel mondo, una sorta di globalizzazione dei problemi ha generalizzato lo sconforto di veder crollare antiche ideologie, senza che nessuno, in nessun luogo, riuscisse a evitare di far diventare “guerra” conflitti aperti da decenni, all’interno e all’esterno di società frammentate e divise. In Italia la gente ha votato e sostiene “una governante” – colgo l’occasione per far notare la difficoltà politica delle donne, a partire dalla terminologia – che non ha avuto né ha nessuna intenzione di negare l’identità sua e dei suoi sodali perché li evidenzia nella mancanza di denunce dell’illegalità: Fratelli d’Italia, come il Movimento Sociale, come Alleanza Nazionale hanno sempre mantenuto alla base del loro essere la “cultura” fascista, che non è quella di una “destra”, magari reazionaria, ma classica: è storicamente chiusa ed estranea alla Costituzione. Non è in questione il busto di Mussolini in casa La Russa, che era certamente del padre di Ignazio, uno che ha chiama i figli Kociss, Geronimo ed è oggi la seconda carica dello Stato. Non è nemmeno la 12° disposizione transitoria della Costituzione, che non dà luogo a dubbi (“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e prevedeva “limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”) ma che purtroppo non è ancora tempo di provvederne la “transizione”. Lo spirito che anima la nostra Carta fondamentale, trasmesso dai padri e madri costituenti, nella loro diversa appartenenza partitica e nella loro coscienza collettiva di popolo, difende ancora le libertà individuali e lo Stato di diritto.


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.