Confronti, novembre  2023

Barbie è una linea di bambole, tutte più o meno uguali che portano abiti adatti alle più diverse attività, tutte dedicate al ruolo femminile. Le bambine imparano che possono fare tutti i mestieri di questo mondo, ma hanno bisogno della bambola. Cosa che farebbe bene anche ai maschi, ma non succede. Dite che c’è anche Ken? certo, peccato che ci giochino solo le bambine.

E’ ancora in visione un film, rigorosamente per adulti – chi ha provato a portarci figli o nipoti sa che per un po’ apprezzano i colori e i suoni a decibel da altoparlante suk di Marrakesh o di comune discoteca nostrana, poi si annoiano. Infatti il contenuto potrebbe essere un conte philosophique illuminista.

Sul piano della simbologia lo spettacolo si apre subito come “teatro delle belle arti” e l’insegna pubblicitaria reca, da un lato, il nome del film Barbie e della sua regista, Greta Gerwig, dall’altro Oppenheimer, di Cristopher Nolan: scelta “da femmine” e scelta “da maschi”, due pellicole esibite con ironia per far sapere che il film è intelligente. Se lo si vuole interpretare. Infatti non a tutti infastidisce il finale, che sembra riportare alla società americana “normale” anche Barbie, che si è presa la rivincita e, come Pinocchio, è diventata umana con tutta l’autonomia che le consente la società: si affretta per andare al lavoro, ma sorride irrimediabilmente disposta all’ “attesa” del sogno reale, la maternità. Come se Collodi avesse concluso con Pinocchio parlamentare seduto al Congresso o sindacalista della Cgil. In realtà la saggezza ottimistica del finale ha il suo più vero compimento quando la storia eccezionale di Barbie – le sue amiche e Ken sceglieranno di restare irrimediabilmente nella favola – arriva alla sua conclusione. La bambola, fin dall’inizio mostra segni di una voglia di vita già umanizzata: fa appena in tempo a verbalizzare la parola “morte”, ma dà un segnale non sospetto. Per questo la vera fine del film è quando, dopo le esperienze, scompare in una sublimazione soave e misteriosa: i burattini coscienti muoiono, non le bambole che restano bambole e Ken, il maschio, si riconosce irricuperabile – e la metafora realizza il suo scopo.

Se il film è per adulti ed è in parità con Oppenheimer, che “morale” ne ricaviamo? Greta Gerwig e quanti hanno costruito il film ci hanno lasciato le suggestioni. Anche il Collodi massone era piaciuto al cardinal Biffi che ci vedeva “morte e resurrezione”, non si sa quanto evangelicamente fedele al Gesù storico. Quindi babbi e mamme possono leggere Barbie come invito alla buena educaciòn: le bambole sono bambole, mentre le loro figlie sono piccole donne consapevoli del proprio valore senza obblighi di ruolo e i loro figli maschi, piccoli anche loro, debbono guardarsi dal diventare come Ken che rifiuta di farsi uomo. Se pensiamo alla scuola, anche lei è invitata alla buena educaciòn perché alle medie c’è già il rischio di avere a che fare con delle Barbie e dei Ken, fino al rispecchiamento con i burattini che la società sfrutterà facilmente.

Ma ci si trova anche un risvolto politico se Barbie è una metafora: la società non ha bisogno di burattini, anche se lo stesso innamoramento di un bambino/a per le bambole è uguale a quello dell’elettore per le suggestioni indotte dai populismi. In Italia abbiamo due donne leader, una al governo, di destra – è “il presidente del Consiglio – l’altra è “il” capo dell’opposizione: il femminismo tace, i partiti, comprese le donne, figurarsi se si interrogano…. Attenzione che si conferma il modello unico, che non è questione di genere: uomini e donne dobbiamo metterci in crisi davanti al potere (che può non piacere, ma c’è): non possiamo restaurare nazionalismi e guerre. Non siamo burattini…..

Non possiamo accettare – oltre ai danni già evidenti di prezzi che rincarano perché paghiamo il tributo alle armi rifiutando la diplomazia – l’indifferenza con cui viviamo questa campagna elettorale per salvare l’Europa, a tutela dei nostri interessi materiali (quanti sarebbero stati i morti di covid se non ci avesse dato i vaccini gratis). Dobbono tirare su la schiena anche le barbie e i ken che si rifiutano di crescere.


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.