Avremo mai un esercito europeo in un’Europa Federale?
Ci si dovrà arrivare. Almeno per affrontare le guerre che, anche se non si vorrebbe, sembrano tornate in quest’ondata regressiva della storia umana. Per “difendere” l’Europa, soprattutto se le elezioni di novembre indurranno gli USA a tirare i freni all’impegno di salvare i loro interessi fuori area: Trump ha già detto che, se l’Europa avrà problemi, sono affari suoi.
L’euro fino al 24 febbraio 2022 era in buona ripresa dopo il covid; ma si è ri-dissanguato sul fronte ucraino tra armi e rifugiati fino al 7 ottobre, che ha portato agli estremi la cancrena israelo-palestinese virulenta dal 1947. Gli europei avevano creduto di essere sulla buona strada: dal 1945 il “mai più” delle promesse dopo i disastri di due guerre “mondiali” aveva funzionato. Andavamo verso gli ottant’anni di storia civile senza conflitti armati all’interno dei confini quando Putin ha attaccato l’Ucraina che voleva essere europea. Dopo due anni di morti civili (quelli militari segretati, per tacito accordo tra russi e ucraini), distruzioni, stupri e rapimenti di bambini si è aggiunto il pogrom di Hamas, sfida terrificante all’odiato Israele e l’immediata vendetta – un massacro – di Netanyahu che, seguendo la Bibbia, sostiene che, “se c’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra”, lui decide che questo è il tempo della guerra. Per noi il rischio della terza guerra mondiale.
Come europei non avevamo grandi meriti: contenti di stare al sicuro con la pancia piena, vendevamo armi agli altri paesi in situazioni di conflitto. Tuttavia – in un precedente articolo sullo stesso argomento (L’Unità Europea, settembre/ottobre 2021) – ricordavamo che la comprovata solidarietà dell’UE nella pandemia (i vaccini salvatori erano stati gratis) garantiva che il mondo post-covid avrebbe vinto ogni altra sfida praticando il multilateralismo inclusivo, consolidando rapporti esclusivamente pacifici.
L’auspicio di un esercito europeo oggi non ha più molto a che vedere con la richiesta dell’Alleanza Atlantica di impegnare i singoli paesi membri a portare al 2% il bilancio della difesa: la Francia ha programmato l’European Defence Industrial Strategy per dare l’esempio di come entrare in questa poco nobile competitività dalla parte dei soldi. Né mancano problemi strutturali oggettivi: gli USA hanno un sistema di vendite centralizzato (FMS, Foreign Military Sales) per mettere sul mercato le armi americane mediante contatti diretti con il Ministero della Difesa: oggi la necessità di fornire prontamente armi all’Ucraina ha coinvolto immediatamente le decisioni sia del presidente Biden, che ha risposto con invii immediati, mentre i governi europei acquistavano dagli americani per non contribuire solo con i mezzi obsoleti delle proprie riserve. Sembrerebbe quindi venuto anche per l’Europa il momento di creare un sistema centralizzato efficiente senza cedere guadagni e potere agli USA né farsi declassare in borsa. Tuttavia, il dato mercantile non garantisce che alla vendita delle armi seguirà una strategia comune, che, allo stato attuale, dovendosi confrontare con le prerogative dei singoli Stati membri – tutte da verificare – e tenendo d’occhio la competitività commerciale, non presagisce accordi facili.
Anche perché le incognite – che nel frattempo diverranno cognite – sono posizionate sul fronte orientale. La perestrojka di Gorbaciov ha lasciato autonomie ormai non più controllabili da Mosca. Il futuro, pertanto, non è così garantito se si considera la vicenda recentissima – e passata sotto un silenzio discriminatorio – dell’appropriazione da parte dell’Azerbaigian della parte armena (100.000 abitanti ca.) del Nagorno-Karabak, costretta alla fine del 2022 all’esodo in Armenia nella totale indifferenza dell’Europa, impegnata a spendere per il mantenimento del fronte ucraino.
Grosso problema resta, però, la Nato, di cui quest’anno si celebra il 75° anniversario e che dovrà riformare la propria denominazione – Alleanza Atlantica – se continua ad estendersi al Pacifico, anzi all’Indo-Pacifico, come hanno fatto capire le continue, ricambiate, escursioni del gen. Stoltenberg a Tokio e a Seul. L’Agenzia della difesa europea (AED) è probabilmente paralizzata dalle differenze tra i paesi dell’Unione: la Nato – che dieci anni fa sembrava destinata a sparire (cfr. Nick Witney, The death of Nato) occupa in linea di principio tutti gli spazi pertinenti alla difesa, anche se non è autorizzata a intervenire. Tuttavia, diceva recentemente (cfr. Formiche, 26.09.21) il gen. Carlo Jean, da sempre considerato un falco: “La modifica principale in corso nell’Alleanza rimane comunque la sua trasformazione strisciante da regionale a globale. Le opinioni pubbliche europee non ne sono consapevoli. L’interesse dell’Europa per l’Indo-Pacifico si traduce per esse in qualche più o meno folcloristica crociera nell’Oriente misterioso”. E in un’altra occasione, che risale alla fine degli anni novanta: “La Nato è divenuta anche la metafora dei rapporti euro-americani, in attesa che sia precisato ed entri in funzione il cosiddetto nuovo patto euro-atlantico abbozzato a Madrid fra Ue e Stati Uniti. Subito dopo la fine della guerra fredda è prevalsa la politica rooseveltiana del Russia First. Di fronte alle incertezze sul futuro della Federazione russa sembra che prevalga la tendenza a privilegiare la cosiddetta partnership nella leadership, cioè i rapporti speciali fra Washington e Bonn.”
L’UE ha interesse a coltivare le possibilità economiche prima ancora che militari con l’India e il Sudest asiatico, anche perché non solo teme che gli USA le scarichino la difesa dei confini europei, ma perché gli USA stessi mantengono la strategia variabile con la Cina che, a partire da Taiwan, può acutizzare a piacere le tensioni con la Cina. Il mondo è in disordine e ogni giorno può accadere di tutto; ma non senza responsabilità (o l’insipienza) dei singoli governanti. Se nel 2007 Putin (che è al potere da più di vent’anni) si diceva disposto a entrare nella Nato, qualche puntata della telenovela contemporanea guerra e pace i bravi cittadini se la sono persa. Anche i diplomatici e perfino i pacifisti.
L’Italia fa quello che può: ha mandato qualche nave sia nel Golfo Persico a sorvegliare il traffico, sia nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale. Ma – per la sua lunga tradizione di produttrice e venditrice di sistemi d’arma pregevoli – ha siglato un’intesa con Gran Bretagna e Giappone per la produzione del Tempest, un nuovissimo caccia (Global Combat Air Program, GCAP) che nel 2035 sarà in grado di volare senza pilota, fornito di sensori iperdotati e di nuovi sistemi d’arma collegati. Alessandro Profumo (Leonardo) ritiene che agirà da “volano di sviluppo per l’industria nazionale nei decenni a venire a beneficio delle future generazioni” (sic).
L’UE per essere coerente con la propria denominazione dovrebbe predisporre le condizioni per una politica estera unitaria, non così impossibile se davvero fosse una sua priorità la sicurezza. A partire dalla sicurezza economica che comporta la difesa degli interessi a sostegno dell’euro, del mercato e della dignità del lavoro. La Difesa resta un’esigenza istituzionale necessaria, soprattutto se l’Europa misura la propria irrilevanza, perché non riesce ad essere unita nelle decisioni che non servono se prese solo da pezzi del continente. Siamo infatti al rimpianto della CED (1954), progetto di esercito europeo che ci avrebbe obbligati a costruire una politica estera comune. Purtroppo il clima politico attuale non consente alla tensione unitaria dell’europeismo spinelliano di affermarsi, nonostante sia chiaro che il nuovo Parlamento europeo dovrà affrontare il rafforzamento dell’Unione affrontando i problemi che riguardano gli interessi di tutti i suoi popoli, a partire dalla sempre più evidente necessità – in presenza del Pnrr (e nella previsione della ricostruzione dell’Ucraina) – di pervenire a una normativa fiscale unitaria, una priorità davvero “difensiva” per l’Europa. Ma proprio per questo, noi federalisti faremo bene a impegnarci con le forze politiche e fornire all’elettorato strumenti culturali per promuovere, mentre si spengono (purtroppo non è detto) le guerre, la conoscenza delle esigenze democratiche di libertà e indipendenza che richiedono un esercito federale europeo.(da “L’Europa Federale”)


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.