QUESTA VOLTA ANCHE I POTENTI NON SANNO CHE FARE

Nonostante ci pensino dal 1947

L’Europa, nata e formata sul principio della pace, fino al 24 febbraio 2022 ce la stava facendo: almeno dentro i suoi confini è vissuta in pace per settantacinque anni. Peccato che il “mai più” del 1945, ribadito dalla carta dei diritti umani del ’48, fosse limitato ai paesi europei. Le guerre le facevano gli altri. Noi gli vendevamo le armi.

Dal 24 febbraio 2022 il tempo si è sospeso: la guerra Ucraina/Russia, morti e distruzioni, l’odio che chiama il sangue, le trattative impossibili. In questo contesto il 7 ottobre, inatteso e feroce, è piombato il pogrom di Hamas sul kibbuz Kfar-Aza e Gaza è diventata il centro di un’altra guerra, un rischio potenzialmente più grave per gli equilibri internazionali.

Per la prima volta la questione israelo-palestinese ha obbligato tutti i paesi della UE a prendere coscienza di aver irresponsabilmente conservato un serbatoio di carburanti accanto alla fabbrica di esplosivi. Il Medioriente non è una qualunque zona del mondo: gli incendi possono contagiare altri paesi dell’area: Giordania e Libano – che hanno mantenuto migliaia di palestinesi profughi nei loro campi; la Siria e l’Iran, sostenitori costanti di Hamas; poi la Turchia, l’Egitto, i sauditi che avevano accettato il Patto di Abramo; e, sullo sfondo al primo posto Usa, poi Russia, Cina, perfino India e, in primis, tutti i paesi arabi. Il Segretario di Stato Usa Antony Blinken è stato subito mandato in giro, anche nella Turchia dell’Erdogan partigiano di Hamas per nostalgia dell’Impero Ottomano. Perfino il capo della Cia, William Burns, fu messo alla ricerca di appoggi per ottenere la sospensione effettiva dei feroci attacchi contro Gaza che Netanyau ostinatamente ordinava. Manca un anno alle presidenziali americane e questo teatro di guerra non è senza peso elettorale, soprattutto se le previsioni non sono lusinghiere: va tenuta buona la tradizionale lobby ebraica a cui oggi si accompagna una nuova lobby araba e intanto meglio mandare vicino all’Iran l’avvertimento di un sottomarino nucleare. Da Sigonella continuavano a partire i carichi di armi americane per Tel Aviv – che, quanto ad armi, ne possiede di sue in quantità – mentre da Genova e Barcellona i portuali contestavano le spedizioni all’alleato israeliano. La Russia non era rimasta estranea, ma era più interessata a perfezionare il proprio gioco in Ucraina mentre tutti i “grandi” tacitamente avvertivano Zelinsky che maiora premunt e non sono più così impegnati sul fronte ucraino. Intanto si supponeva che il Niger – dove un golpe pochi giorni prima aveva inquietato l’opinione pubblica – si fosse risolto e che l’esodo degli armeni dal Nagorno Karaback non desse più problemi.

In questo Medioriente esteso l’imprevedibile confronto Israele/Palestina può mettere in pericolo di collasso gli equilibri internazionali? Certamente sì. Può impressionare che il mondo sia sospeso su un’area così modesta del globo: in un territorio di nemmeno 30.000 kmq abitano 9 milioni di israeliani (compresi 2 m. di arabi) e 5 milioni di palestinesi (più quasi altri 6 dislocati nei paesi limitrofi). Ma la storia è sempre geostrategica e prevede che una mina esplosiva presente dal 1948 possa sempre minacciare una crisi mondiale. Questa volta per uscirne i governi dovranno girare a lungo con l’estintore in mano.

Vero è che forse una crisi così imprevista e disperata potrebbe per la prima volta obbligare a ridefinire – incominciando con una tregua lunga e vigilata – con garanzie le condizioni giuridico-amministrative del popolo palestinese e dare stabilità all’area. Non è stato irrilevante che tra i poteri esterni determinanti fossero scesi subito in campo i governi arabo/islamici. Era partita l’Algeria con un manifesto/convocatorio, poi il summit di Ryad – per volere della Lega Araba (con alcuni dei firmatari degli Accordi di Abramo) insieme con l’Organizzazione per la cooperazione islamica (i cui aderenti hanno nei loro statuti l’impegno a distruggere Israele) – era arrivato a decidere unanimemente di chiedere il cessate il fuoco e l’embargo alle armi, ma anche di aderire alla risoluzione dell’Onu e chiedere un’indagine alla Corte Penale internazionale. Significativa la presenza dell’Iran (su incoraggiamento cinese?), ma non rassicurante la proposta di continuare ad armare Hamas, tanto più che Hezbollah dal Libano prometteva di estendere la resistenza, subito seguito dall’oltranzismo di Netanyau che, pronto ad ampliare il conflitto, varcò le frontiere libanesi. Il governo sionista aveva rifiutato i buoni consigli americani e, avendo come priorità, per portare a casa gli ostaggi, la distruzione di Gaza casa per casa fino a scovare e porre fisicamente fine alla dirigenza di Hamas, era teso solo alla vendetta.

Intanto l’Israele democratico da mesi era in lotta contro la destra dei sionisti ortodossi che governano in violazione di quello Stato di diritto che costituisce ancora la coerenza di Israele con la democrazia; il precipitare dei fatti accrebbe le accuse per la mancata difesa del kibbuz di Kfar-Aza, l’abbandono degli ostaggi nelle mani di Hamas, gli eccessi dell’invasione militare. Il quotidiano Haaretz continuò gli attacchi al governo (Just leave, Netaniahau, “vattene” apriva il 7 novembre, un mese dopo la strage di Hamas): peccato che non fosse una notizia interessante per i nostri telegiornali. Continuarono le proteste pubbliche per la mancata liberazione dei sequestrati, per le offese ai diritti umani contro la popolazione civile, la chiusura degli ospedali: alcuni intellettuali israeliani arrivarono a chiedere l’invio di una forza internazionale di interposizione. Senza sminuire la condanna delle responsabilità governative, solo per questa opposizione della sua gente Israele resta un sistema democratico. Lo stesso non si poteva dire di Hamas che ha agito come se la scelta della lotta armata fosse dell’intero popolo palestinese. I gruppi organizzati delle donne di Gaza denunciavano la crescita del machismo e della violenza all’interno delle famiglie, dove uomini disoccupati al 65% recuperavano il potere patriarcale a danno di minori e di donne che spesso mantenevano la femiglia con il loro lavoro: forse votazioni “normali” non sarebbero state così favorevoli alla guerra, anche se la crudeltà della vendetta subita oggi consoliderebbe il primato di Hamas. La resistenza di un popolo oppresso non può accettare l’uccisione dei bambini del “nemico”: ma la strage di dodicimila vittime come rivalsa perpetua l’odio, la vendetta e replica all’infinito la logica amico/nemico.

D’altra parte Gaza non è “la Palestina” che, disegnata nel ’47, è composta da Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est ed è giuridicamente riconosciuta dall’Autorità Nazionale Palestinese, rappresentata oggi da Mahammoud Abbas, presidente dal 2005, impossibilitato a rinnovare le elezioni per l’opposizione di Hamas che ha sempre rifiutato la linea “moderata” dell’Arafat dopo Oslo. La radicalizzazione di Gaza, però, è principalmente frutto dell’assedio continuo e delle violenze su Gaza, delle umiliazioni, discriminazioni, condizionamenti di energia e acqua, degli omicidi e, anche, delle invasioni illegali e crescenti dei “coloni” nei Territori Occupati: è materia incandescente che, trattata con superficialità disinformata, può produrre effetti controproducenti. Non si sa come venirne fuori. Tanto più che in questa guerra sono coinvolte le contrapposizioni religiose, anche se nessuno ha invocato il nome di un dio in nome del quale fare giustizia. Difficile nominare dio perché, tranne gli integralisti dei due campi, nessuno tra chi è stato ucciso e ha ucciso, ma anche tra chi nei nostri paesi ha manifestato e manifesta a favore della Palestina o contro l’antisemitismo, può permettersi di sostenere le ragioni della fede. Nelle aree di guerra domina piuttosto la sacralizzazione politica.

Anche se può ancora succedere di tutto, non basta l’angoscia: Israele che farà con gli ostaggi? la presidenza Netanyahu fino a quando resisterà alle proteste interne? lascerà libero Barghouti? ritirerà ogni presidio a Gaza? disconoscerà l’autorità all’ANC o gli Usa la imporranno come sponda positiva per la trattativa? Biden bloccherà la persecuzione armata dei coloni in Cisgiordania? gli arabi bloccheranno il potere forte di Heizbollah in Libano? reggeranno a fingere un accordo nonostante le ambizioni sciite di Iran, Siria, Iraq? A nessuno conviene mantenere aperta la guerra. Israele crede di possedere un esercito e servizi di intelligence superiori a tutti, ma il paese è isolato, mancano i lavoratori dalla Cisgiordania, i pellegrinaggi tutti annullati, i 300.000 riservisti non sono tutti patrioti: nella Guerra del Kippur la crisi fu micidiale. Ma ormai su Israele si è rovesciato il discredito del mondo per le stragi dei palestinesi come se fossero stati tutti terroristi. Lo diventeranno: purtroppo di questa seconda nackba resterà memoria nei bambini che l’hanno subita. Per Israele sarà l’effetto boomerang voluto violando i diritti umani e perfino le norme del diritto bellico: nessuno dimenticherà l’ospedale Al-Shifa e i bambini immaturi evacuati in Egitto dopo bombardamenti indiscriminati che hanno prodotto altre centinaia di lutti e sofferenze e diffuso nel mondo non solo la solidarietà al popolo palestinese ma il ritorno dell’antisemitismo. A questa pagina atroce della storia della Terra Santa bisognerà restituire pace per tentare di garantire un minimo di equilibrio provvisorio e poter arrivare (a dio piacendo) a una soluzione più stabile, a cui prestare cura e vigilanza: magari se fosse l’Europa a esserne responsabile.

Abbiamo tutti la coscienza disturbata da due guerre, ma non possiamo ridurci a Dugin, l’intellettuale di riferimento di Putin che anni fa, in odio agli ucraini, invitava i suoi compatrioti a uccidere, uccidere, uccidereraccomandando la guerra: “è la nostra patria, il nostro elemento, il nostro ambiente naturale e originale in cui dobbiamo imparare a esistere in modo efficace e vittorioso”. Con lo stesso stile il 30 ottobre Benjamin Netanyahu sceglieva la guerra: “Le richieste di cessate il fuoco chiedono a Israele di arrendersi di fronte a Hamas, al terrorismo, alla barbarie. Questo è il tempo della guerra. Una guerra per un futuro comune”.

Non ci sono dubbi: deve tornare dicibile la parola pace. L’ultimo che ne ha pronunciato la parola dopo il 7 ottobre è stato il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Gutierres, che, per aver detto fin dai primi giorni cose sacrosante è stato pesantemente offeso da Israele che ne voleva le dimissioni. Anche il presidio dei diritti rappresentato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite è stato umiliato e occorre fare di tutto perché la gente non perda la fiducia nei diritti cedendo al pensiero unico che ci viene abituando al ritorno del male peggiore. La guerra.


Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.