Giancarla CodrignaniGiornalista, docente, ex-parlamentare, Giancarla Codrignani è stata anche un’importante esponente del femminismo italiano.
Di formazione cattolica conserva la lezione di fede e l’interesse per la problematica religiosa della madre Egle e per i valori di libertà imparati dal padre Duilio, antifascista che non si sottomise mai al regime, esponente di Giustizia e Libertà, poi, dal 1926, del Partito socialista.
Dopo un’iniziale ambizione universitaria frustrata quando il prof. di riferimento alla sua richiesta di un avanzamento le rispose “ma tanto tu ti sposi”, si dedicò con passione all’insegnamento e si aprii allo studio del mondo che correva più velocemente degli atenei.
Eletta alla Camera dei deputati dal 1976 nella Sinistra Indipendente per tre legislature, si impegnò nelle Commissioni Esteri e Difesa dedicandosi alla crescita dei diritti civili, sociali e costituzionali, ai problemi dei paesi in lotta per la loro liberazione e alla prevenzione dei conflitti a sostegno della nonviolenza, del disarmo, dell’obiezione di coscienza, della regolamentazione del commercio delle armi. In particolare rappresentò i problemi più impegnativi dell’agenda politica delle donne: l’interruzione volontaria di gravidanza, la violenza sessuale, la ratifica della Convenzione Internazionale contro le Discriminazioni nei confronti delle Donne e la loro situazione nel sud del mondo. Contemporaneamente ha portato avanti l’esperienza giornalistica sulle relative problematiche.
La stagione dei movimenti, delle nuove aspirazioni e dei disincanti, delle riforme di ordine civile non più rinviabili, l’hanno impegnata anche dopo la fine delle legislature a difesa della democrazia, della Costituzione e della Sinistra.
Ancora segue i problemi di un mondo più complesso, tecnologizzato, globale, partecipa al Movimento Federalista Europeo e, ovviamente, segue l’evolversi e trasformarsi dei movimenti delle donne.
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1 Come è iniziata la sua passione per la politica?
Per quanto da ragazza avrei immaginato il futuro in termini di attività intellettuali, credo che essere figlia unica con una madre che aveva conservato per sé il desiderio di una vita di lavoro e indipendenza e di un padre che, quando ero bambina, veniva periodicamente licenziato perché non tesserato fascista e qualche volta visitato dalla polizia, ho assorbito la percezione dell’importanza della vita esterna che condiziona la quotidianità, tutto sommato felice, della famiglia. Siccome la mamma era molto sensibile, ero io ad essere informata dal babbo che forse sarebbe rientrato dopo l’ora del coprifuoco per qualche riunione e dovevo distrarla; poi c’era la guerra e l’ascolto della radio clandestina di cui non si doveva parlare con nessuno insegnava che non si potevano eliminare i problemi “fuori casa”. Da mio padre derivai un apprendistato politico quasi naturale: il giorno della liberazione di Bologna eravamo di primissimo mattino in via Ugo Bassi ad accogliere i liberatori e mio padre era uscito con il distintivo del Comitato di Liberazione Nazionale: al rientro lo teneva in tasca: aveva visto troppe persone che non ne erano degne. Era ovvio che crescessi orientata a sinistra e, al tempo stesso, radicata nei principi.

2 L’ingresso di tante donne nelle istituzioni ha consentito di ottenere tante conquiste importanti. Si poteva fare di più?
Il femminismo ha tantissimi meriti e senza il pensiero che diffondeva i partiti democratici non avrebbero mosso un dito per le donne. Probabilmente la diffidenza, certamente necessaria, nei confronti dei partiti, doveva essere più coraggiosa e polemizzare duramente al loro interno, ma l’obiettivo di sostenere la democrazia mantenne anche nelle donne l’accettazione del pregiudizio che le condanna a venire “dopo”. Per cui anche in Parlamento, sui temi che riguardavano il genere femminile rimase sempre prioritaria la linea/guida dei partiti. La stessa Costituzione distingue il lavoro della donna ripetendo un articolo che criticamente appare superfluo “la lavoratrice ha gli stessi diritti del lavoratore”; ma precisa fatta salva “la sua essenziale funzione famigliare” ed esclude che la maternità sia un diritto. Tuttavia – ricordando che l’esperienza storica delle italiane è stata analoga a quella degli altri paesi europei, non degli extra-occidentali dove le donne stanno peggio – abbiamo avuto molte “leggine” a tutela dei nostri diritti. E alcune conquiste, con qualche crescita del valore attribuito alle donne. Per esempio: la legge sulla violenza sessuale oggi verrebbe votata in un giorno, mentre trent’anni fa ci abbiamo impiegato vent’anni e sei legislature: sembra incredibile che sostanzialmente si accettasse lo stupro come costume. Ricordo che quando chiesi a Giglia Tedesco, capogruppo del Pci in Senato dove era passata la discussione – da allora divenni ostile alla seconda Camera – che andassero allo scontro anche per perdere perché la protesta esterna delle donne avrebbe compensato, mi rispose “mia cara, non crederai che sia tutta colpa della DC: i nostri non vogliono che sia violenza quella del marito”. Così la leadership politica resta maschile e anche la (relativa) crescita del numero delle parlamentari non realizza autentica parità.

3 Ci vuole ricordare alcuni suoi contributi, inerenti al procedimento legislativo, di cui è particolarmente fiera?
Sai, stando all’opposizione si tratta di aneddoti personali di cui si è “fiere” individualmente: non sai mai se fanno storia. Anche perché tra i riconoscimenti dei colleghi nella mia collezione privata primeggia quello di un socialista: “la Codrignani è uno dei migliori uomini di Montecitorio”. Ancora incomprensibile far capire che per una donna è offensivo. Comunque mi è capitato di rileggere l’intervento più clamoroso, quando in una discussione sul bilancio dove il governo aveva escluso gli interessi delle donne, dopo aver ragionato sul merito (credo che il Pci votasse a favore con molte contestazioni), ho finito per annunciare che non partecipavo al voto perché era escluso il 52 % dell’elettorato, le donne. Durante la lunga discussione sulla violenza, le donne intendevano far cadere uno striscione di protesta nell’aula di Montecitorio: una deputata magrissima se lo era avvolto sotto la giacca e, salita a salutare le amiche nel settore del pubblico, lasciò loro il drappo che, a un certo punto, come previsto, fu srotolato durante gli interventi del governo: mi ero seduta in prima fila per vedere bene le mosse e quando il manifesto scivolò, iniziai l’applauso. Presiedeva Scalfaro che mi aggredì subito: “spudorata!”. Ancora: ero firmataria di una delle proposte per regolamentare il commercio delle armi e si stava ragionando in Commissione su un nuovo caccia-bombardiere con la motivazione che “poi, dalla produzione militare sarebbero derivati benefici per il civile”. Intervenni per chiedere se non era meglio programmare il civile per avere benefici effetti di ricaduta sul militare: discorsi così sono definiti “ragionamenti da donna”, ma sono alternativi alla logica della forza. Un altro intervento fu quando chiesi il ritiro dell’ambasciatore dal Salvador dopo che era stato ucciso in chiesa durante la messa l’arcivescovo Romero: mi fu risposto che era meglio il dialogo con il governo (democristiano).

4 Ritiene che la valorizzazione della presenza femminile possa aiutare oggi la politica a superare un’ampia crisi di credibilità?
Mah, spero che ci aiuti l’Europa dove sono sette i paesi governati dalle donne e Ursula von der Leyen mostra uno stile di governo, perfino lessicale, inconsueto al politichese burocratico. La positività sarebbe evidente, perché la crisi dei partiti, la confusione anche nei movimenti che non conoscono regole, lo smarrimento della gente – ricordiamo “le masse”? – che sta dimenticando che cosa sono le istituzioni, cos’è il Parlamento e perché si vota per essere rappresentati, l’unica alternativa è il pensiero di genere: rovescia le priorità e, anche se il problema degli asili e dei nidi è diventato centrale anche nella valutazione dei leader, solo se interpretati da una donna possono avere come contromisura, per esempio la riduzione delle armi.
5 Lei ha scritto tanto sul tema della sessualità. Ritiene che le donne oggi siano abbastanza libere su questo piano?
Certamente sono più libere. Quelli che non sanno nulla della sessualità e del loro stesso corpo sono i maschi che non hanno idea che “fare sesso” non è impresa di forza, di quantità, di diritto maschile. La prostituzione, ad esempio, non degrada il corpo di una donna, ma quello dell’uomo che “paga” per uno “sfogo”. Un marito, magari cattolico, che pretenda il sesso quando la legittima partner rifiuta, è un egoista che commette violenza anche se si chiede “ma, allora perché mi sono sposato?”. Bisogna che consideri che il suo stesso corpo ha i suoi tempi e richiede anche momenti di sosta, in cui non gli va, non ci riesce: deve pensare che lui è estroflesso e si vede, mentre la donna che dice no è allo stesso modo indisponibile e non rispettarla è violenza. Intanto impressiona il numero delle donne che, sia che denuncino sia che sibiscano, vengono uccise: non è omicidio (una donna può morire di omicidio in una rapina), ma la morte violenta per mano di chi dice o ha detto di amare lei e i propri figli, è un reato specifico, non un omicidio eventualmente aggravato. Entra in gioco nel diritto il senso proprietario ed egoista dell’uomo, ma lo stereotipo ha bisogno di interventi culturali inediti, a partire da un’autocoscienza maschile che insegni a indagare il proprio sé per sparire.

6 Lei è stata protagonista di un forte impegno a favore dei diritti delle donne, che cosa pensa delle nuove generazioni di giovani donne?
Oggi anche le ragazze stanno ovviamente in un mondo diverso, sostanzialmente antipolitico. I movimenti altrettanto ovviamente “si muovono” ma non vanno lontano. I cambiamenti esigono le “idee”. Nemmeno il femminismo può diventare un’ideologia, anche se essendo ormai “storico” va studiato pe riprendere a pensare da donne che, come loro hanno voluto cambiare il mondo. Non una di meno o #MeToo debbono maturare, altrimenti non procedono. Si è aggiunta la questione della diversificazione sessual-culturale dei nuovi LGBTQ. Il rischio di ulteriori deviazioni da riflessioni che, pur riguardando il genere, debbono restare nella logica: le relazioni possono essere diversificate e sfumate, libere, ma di fatto il rispetto delle differenze è analogo a quello contro il razzismo (più semplice perché è dimostrato che “le razze non esistono”). Se finalmente si sta perdendo il pregiudizio che ha distrutto nei secoli milioni di persone che per vergogna e discriminazione sono arrivate al suicidio o alla formazione di famiglie non compatibili con la natura e la cultura dei corpi, quando nasce un bambino, all’anagrafe viene denunciato come Mario o Maria, senza alternative. Si deve dunque tornare al linguaggio, che è il principale rivelatore dell’emarginazione voluta e stratificata nell’uso: la parola maestro – si dice in prima elementare – è di “genere” maschile, mentre maestra è di “genere” femminile. Ma si fatica a generalizzare “ministra”, anche se linguisticamente ricalca “maestra”. Ma semiologicamente (e socialmente) i due nomi sono diversi: “ministro” designa un potere maggiore e deve restare maschile.

 

Categorie: Eventi

Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.

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