C’ERA UNA VOLTA SOLENTINAME ROCCA, ottobre 2022
Giancarla Codrignani

Che cosa dirà mai la Radio carrolica di Matagalpa per allarmare il governo del Nicaragua e farlo intervenire circondandol la Curia diocesana con le forze dell’ordine pubblico? Prima era venuto l’ordine di chiudere le trasmissioni, ma il vescovo mons. Rolando Alvrez si era rifiutato ed era stato denunciato per “tentativo di organizzare gruppi violenti di protesta, provocare una situazione di caos e disordine, con lo scopo di destabilizzare lo stato nicaraguense e attaccare le autorità costituzionali”. Non bastava l’espulsione del nunzio e dei Missionari della Carità, l’arresto di alcuni preti, la chiusura delle attività educative il controllo alle partecipazioni alle funzioni religiose: è arrivato l’arresto del vescovo.
La libertà di parola qualifica i governi e le Chiese fanno bene a non fare politica se la democrazia funziona; ma non è la prima volta che Daniel Ortega, ormai dittatore e padrone di un paese da cui i migliori sono emigrati o conoscono ila galera, se la prende con la Chiesa (l’ausiliare di Managua fu richiamato in Vaticano per sicurezza). Logico l’intervento del Papa addolorato, del segretario generale dell’Onu preoccupato per i diritti umani violati e la solidarietà e la peroccupazione espresse al card. Brenes dal presidente della Cei. Che fare? intanto prestare attenzione: guardando lontano molte cose confuse diventano chiare.. GC.
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Ma ce la ricordiamo l’America Latina, com’era conciata negli anni ’70 del secolo scorso? Il “cortile di casa” degli Usa era ridotto ad una serie di lager di paesi poveri governati da dittature militari che arrivarono al golpe per “salvare il Cile” dagli eccessi democratici di Allende, Presidente regolarmente eletto ma irrimediabilmente “socialista” in un paese di immigrati prussiani, o a ricorrere ai corpi separati per uccidere un arcivescovo sull’altare mentre diceva messa. Mio nipote, che ha la fidanzata colombiana conosciuta a Parigi e ha partecipato all’elezione che un mese fa ha affidato il governo della Colombia all’ex-guerrigliero Gustavo Pedro, ha tirato così le somme: “Vedi che le rivoluzioni vincono!”.
Bene se i giovani hanno cuore reattivo, ma quanto tempo perde l’umanità per essere così “improvvida”, per dirla in retorica! Anche a noi della vecchia guardia fa bene misurarci con l’ieri di Mitterand che accoglieva i “compagni che sbagliano” ed erano solo terroristi, e con l’oggi di Macron che, reduce dalla sentenza del Bataclan, ce li rimanderebbe volentieri ad espiare gli omicidi commessi.
Nel 2022 l’America Latina, in tutti i suoi diversi Stati, ha configurazione politica varia, ormai sostanzialmente democratica. Secondo le ultime elezioni sembra tentata dallo stesso desiderio che percorre il mondo di vivere meglio, anche se resta ancora pervasa dall’antipolitica del vecchio populismo (originato in casa loro dall’Argentina di Peròn, che non era di sinistra). Ma da nessuna parte è il momento di giocare al rialzo: ci mancava la guerra in Europa, dopo (?) il covid. Quindi nessuna meraviglia se Gabriel Boric, nuovo presidente progressista del Cile (capolista del movimento Apruebo Dignidad) blocca le manifestazioni popolari con interventi di polizia. Nelle elezioni contemporanee non è tempo di illusioni: abbiamo pagato prezzi troppo alti per non riconoscere le situazioni e i limiti.
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Che cosa è mai successo in Nicaragua, precipitato in quarant’anni dal riscatto dalla dittatura feroce dei Somoza, padre e figlio, alla perdita dei valori democratici del primo presidente liberamente eletto tornato ai metodi e perfino agli scagnozzi dell’antica oppressione? Da Anastasio Somoza Debayle a Daniel Ortega? Il Nicaragua, il Nica, mia passione politica, il cui riscatto era stato preso a cuore internazionalmente dopo un terribile terremoto che aveva distrutto tutte le sue città e dopo lo scandalo della valanga di aiuti incamerati dal regime. Il mondo conobbe finalmente il volto disumano della dittatura, la Chiesa cattolica ritirò ogni appoggio, le agenzie specializzate sollevarono la causa dei diritti umani violati e gli oppositori organizzarono più decisamente la lotta finale sotto le insegne di Augusto Cesar Sandino, l’eroe popolare che aveva sconfitto l’esercito americano al cui nome Carlos Fonseca nel 1961 aveva dedicato il Fronte sandinista di liberazione nazionale. Un percorso politico faticoso e intenso, che coinvolse persone di diverso orientamento e, anche se fieramente progressista, inglobava le diverse tendenze, liberali, socialdemocratiche, cristiane: la rivoluzione voleva essere partecipativa. Non ci si crede, ma in Europa e anche negli Stati Uniti, sostenitori dei governi che consentivano il controllo sull’economia e sull’autonomia politica dei paesi perennemente “in via di sviluppo, l’opinione pubblica si era entusiasmata per questa promessa di liberazione effettiva del piccolo paese-simbolo.
L’ingresso a Managua dei sandinisti vincitori, avvenuto il 19 luglio 1979, arrivò a Montecitorio come un regalo di compleanno: vinceva una rivoluzione che non doveva essere ripetere Cuba, che vent’anni prima aveva dovuto misurarsi con le “grandi potenze” e, non volendo, scegliere in che campo poter sopravvivere. Non fu facile: i somozisti organizzarono la Contra e tentarono di portare il popolo alla guerra civile: durarono gli scontri, i morti e dall’Italia vennero le interrogazioni per il riconoscimento del governo provvisorio di Managua, sia per impedire ulteriore spargimento di sangue, sia per evitare che il riconoscimento tardivo apparisse “opaco e formale”. Raramente mi permetto di “parteggiare”, eppure per il NIcaragua mi permisi l’illusione. Mi sembrava di studiare sotto vetrino un esemplare politico inedito: da una rivoluzione anomala arrivava un governo con tre preti, i fratelli Ernesto e Fernando Cardenal e Miguel d’Escoto (che andrà a presentare il nuovo governo al colloquio con Carter), poi Tomas Borge, comunista duro e puro e poeta, Sergio Ramirez, l’amico intellettuale, Violeta Chamorro vedova dell’editore liberale de La Prensa ucciso dalla dittatura e il guerrillero libertador primo presidente eletto, Daniel Ortega.
Negli anni ’80 quello strano governo aveva ricevuto un premio Unesco per la Cruzada nacional de Alfabetizacion: centomila studenti erano andati in tutti i villaggi poveri e le province indigene per una campagna di alfabetizzazione che ridusse gli analfabeti dal 50 al 12,9 %. Dopo la riforma agraria e la riduzione del latifondo la speranza di vita si alzò di vent’anni. Le donne colsero subito le opportunità della democrazia e avanzarono proposte per i diritti dei figli illegittimi, riconosciuti solo per fama pubblica; sarà un caso, ma una ragazza diffidava già di Ortega “figurati, mi disse, nella clandestinità si faceva chiamare El Gallo”. Persero qualche simpatia tra i mizquitos allora non integrati e ignari di Sandino o Somoza, ma offesi dai vibranti comizi dei liberatori perché – mi disse la poeta MItchelle Najlis – per gli indios chi alza la voce offende. Ero andata a testimoniare la regolarità delle prime elezioni democratiche nel 1984 e rivedo la gioia che mi fece sperare che ce l’avrebbero fatta: la festa povera e autentica, senza autorità in pompa magna e ricchi addobbi, con le gigantonas sui trampoli e i balli contadini, mentre i cittadini andavano ordinatamente a votare il “loro” governo.
Molto era partito da Solentiname, il luogo in cui il Vangelo si ritraduceva nel sogno di un poeta, autore già nel 1961 di Epigramas contro Somoza, poi attentatore del tiranno, e, armi alla mano, partigiano fino all’ultimo attaccò a Managua: Ernesto Cardenal, il monaco trappista e docente di nonviolenza, si ritrovò così “ministro”, servitore del suo popolo. In età avanzata scrisse La santidad de la revolución, a memoria del giusto diritto del suo popolo a quella rivoluzione, parola amata in passato, oggi non rinnegata nei principi fondatori, ma resa improponibile. Il mio Nicaragua aveva la limpidezza ingenua delle storie del nostro Risorgimento.
Ma le rivoluzioni debbono percorrere l’orbita avvelenata del potere: le pretese radicali nella difficoltà di quadrare i conti con le crisi, la persistenza della guerriglia usurante dei somozisti, le divisioni interne….. finisce che la gente si agita ma pensa che “meglio garantirsi l’aiuto americano” e nel 1990 farà vincere i conservatori (in fondo la nuova presidente, Violeta Chamorro, era stata una “compagna” e due figli Chamorro avevano partecipato al primo governo). Ormai la volontà dei sandinisti abitava le contraddizioni interne in sintonia con lo scivolamento del popolo nelle tentazioni consumiste e piccolo borghesi. E restava aperta e pericolosamente ambigua la questione americana: la Cia – allora il fantasma dell’onnipresenza statunitense nel mondo e chiamata in causa anche dove non c’era, era sempre stata presente dietro i nostri sandinisti (perfino io me la trovai in valigia quando, seguite le elezioni dell’ ’84, rientravo a Roma con alcuni dossier, di cui uno governativo e “classificato”, datomi con gli ultimi saluti e infilato con cura nel bagaglio che stavo per portare all’aeroporto: non lo trovai disfacendo una valigia apparentemente intatta – con Reagan e Bush non nascose più il sostegno al vecchio ordine. Dopo la Chamorro fu la volta di Antonio Lacayo, mentre la crisi economica andava in ostaggio al Fmi e i poveri diventarono l’80 % del paese. Quando, dopo tre sconfitte, torna il FSLN, riprende il potere Daniel Ortega, che ormai fa tandem alla presidenza con la moglie Rosario Murillo, sembra un qualunque cachique del Sudamerica e imperversa nei confronti dei vecchi compagni che lo criticano e il paese scivola in una repressione durissima, senza più problemi con i presidenti americani, anche se Trump vuole distruggere “la troika del male: Cuba, Venezuela e Nicaragua”. Esule in Spagna Sergio Ramirea constata: “la più grande frode della storia del Nicaragua”, Fine delle illusioni? o c’è qualche memoria da ripensare?

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Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani è docente e giornalista. Si è sempre interessata di analisi politica. Esperta di problemi internazionali e di conflitti, è stata per tre legislature, nel gruppo storico della Sinistra Indipendente, parlamentare della Repubblica, impegnando la sua competenza nelle scelte politiche pacifiste e – laicamente – di area cattolica. Ha partecipato al movimento femminista e ha continuato ad essere coinvolta nelle problematiche di genere nell’amministrazione di Bologna e nell’Associazione Orlando. Scrive su Noi Donne e pubblica saggi e interventi politici su giornali e riviste anche on-line.